di Marco Biondi
![]()
Un plebiscito alle urne ha finalmente messo fine al dominio di Orbán in Ungheria. E questa è una grande notizia. Ma non l’unica. Orbán aveva creato un cancro all’interno della Comunità Europea, opponendosi alla sua stessa vita. La minava dall’interno, ne paralizzava le decisioni e le evoluzioni, alcune delle quali essenziali per la sua sopravvivenza e per permetterle di muoversi in maniera granitica e unitaria nella difesa delle libertà democratiche e della sua stessa sicurezza.
Il fatto che Orbán agisse su indicazioni di Putin, credo che non sia possibile metterlo in discussione, sul perché lo facesse, possiamo sbizzarrirci quanto vogliamo, anche se la strategia investigativa usata, anche, nella lotta alla criminalità organizzata “follow the money” può fornirci qualche spunto di riflessione in più.
Ma le buone notizie non finiscono qui. Il popolo ungherese ha dato una risposta inequivocabile decidendo di liberarsi dal tiranno che a loro, al popolo, aveva solo tolto e dato nulla. Della serie, le promesse, come le bugie, hanno le gambe corte. Alla fine, chi va a votare, deve fare i conti con i soldi per fare la spesa e con i servizi che o ci sono o non ci sono. Il fatto che l’inflazione – fissa da anni attorno al 4% – abbia continuato ad erodere il potere di acquisto, non poteva, prima o poi non pesare, sull’esito del voto.
Possiamo, da questa storia, anche imparare un’altra lezione e, chissà, farne tesoro. In Ungheria è stato superato il concetto di “destra vs sinistra”. Il punto fondamentale da tener presente è che l’elettorato di Magyar è per due terzi liberale, progressista o ambientalista. Solo l’11% si considera conservatore. Ma milioni di ungheresi hanno evidentemente capito che quella di ieri era un’opportunità unica di spodestare Orbán. Alle ultime elezioni, nel 2022, sei partiti della litigiosa opposizione si erano riuniti intorno a un unico candidato, Péter Marki-Zay, e avevano perso malissimo. Successivamente, gli ungheresi avevano perso ogni speranza: un vuoto in cui si è inserito l’apparatcik Peter Magyar, il ribelle. Quello che aveva deciso nella primavera del 2024 di aderire a un partito moribondo, Tisza, e di ricostruirlo intorno a sé, attraverso i gruppi nati spontaneamente di Facebook, i volontari delle “Isole Tisza”, ridando speranza a un Paese che temeva di essersi condannato per sempre allo “Stato-mafia” di Orbán.
Questa vittoria sta a significare che non sempre chi vota sceglie “l’ideologia”, oggi parecchio passata di moda, ma il progetto, la persona, a volte “il meno peggio”. E questo è quanto dovremmo imparare a fare anche noi.
In passato, la sinistra aveva scelto, in opposizione a Berlusconi, “l’apparenza” di Rutelli, e ha perso. Quando ha puntato su Prodi, non propriamente “l’estetica fatta a persona”, ha vinto. Se si decidesse di assemblare partiti troppo diversi tra di loro, senza programmi comuni credibili, magari con un rappresentante di facciata che non trasmetta l’idea di essere veramente supportato da tutta la coalizione e di essere una persona seria della quale fidarsi, la sconfitta sarebbe dietro l’angolo.
Come ho avuto modo di ricordare nei miei ultimi scritti, dalla storia si deve imparare. Senza far tesoro delle esperienze vissute, anche se da altri, si rischia di andare incontro a pesanti delusioni.
Ad ogni modo, Orbán ce lo siamo tolto. E questa è una eccellente notizia.
(13 aprile 2026)
©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata
Iscrivetevi alla nostra newsletter (saremo molto rispettosi, non più di due invii al mese)