di Marco Maria Freddi

L’enciclica porta la data del 15 maggio 2026, 135 anni esatti dopo la Rerum novarum di Leone XIII, e il riferimento non è neutro. Quella scelta di calendario dice già tutto sull’operazione in corso. Il Vaticano non sta solo pubblicando un documento sull’intelligenza artificiale, sta rivendicando la stessa funzione storica che Leone XIII tentò nel pieno dell’ascesa del movimento operaio socialista.
Vale la pena ricordare cosa fu davvero quella funzione.
La Rerum novarum non nacque come manifesto dei diritti dei lavoratori. Nacque come risposta difensiva, riconosceva la dignità del lavoro per bloccare la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari, inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa.
Partire da qui non è anticlericalismo, ma la precondizione per leggere la Magnifica Humanitas senza cedere alla lusinga delle buone intenzioni.
Il testo afferma che la tecnologia non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia e la usa. Denuncia la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di poche aziende private, critica i modelli di business fondati sulla profilazione massiva, chiede di disarmare l’IA come il nucleare e di superare la teoria della guerra giusta.
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Queste posizioni sono avanzate rispetto al mainstream politico europeo, e non sorprende che siano state accolte con entusiasmo da settori della sinistra italiana. Antonio Misiani, componente della segreteria nazionale del PD, intervistato da Formiche.net, ha definito l’enciclica una riflessione di grande spessore, sottolineando come ponga un tema enorme, le conseguenze sociali della trasformazione digitale, i lavoratori che gestiscono i dati, le nuove forme di sfruttamento, quelli che rischiano di diventare i nuovi schiavi dell’economia digitale.
È esattamente qui, però, che si apre la trappola politica.
Le analisi sulla concentrazione del potere tecnologico, sul carattere razzializzato degli algoritmi e sull’economia della sorveglianza non sono state elaborate da chiostri o curie ma sono il prodotto di anni di ricerca critica indipendente da parte di studiose come Kate Crawford, Timnit Gebru e Shoshana Zuboff, spesso pagate a caro prezzo professionalmente. Il Vaticano entra nel dibattito quando quelle elaborazioni esistono già, le incorpora senza citarle e le restituisce rivestite di autorità magisteriale. La coreografia del lancio, con il solo Christopher Olah di Anthropic ammesso sul palco e tutte le altre grandi piattaforme non invitate, è già politica industriale globale.
Non è un documento pastorale ma un atto di soft power internazionale. La Chiesa dispone di uno Stato sovrano, di una rete diplomatica planetaria, di università e fondazioni, una capacità di amplificazione simbolica che nessun movimento può eguagliare. Questa asimmetria è il meccanismo con cui un’istituzione acquisisce visibilità globale su elaborazioni che altri hanno prodotto con meno risorse e meno potere.
La contraddizione strutturale non sta nelle intenzioni del documento, ma nell’istituzione che lo firma. La Chiesa critica la concentrazione del potere tecnologico ma è uno dei monopoli simbolici più longevi della storia occidentale, con una struttura verticale e non elettiva che esclude le donne dal governo reale. Denuncia il dominio algoritmico ma ha costruito consenso per secoli attraverso il plagio e il controllo capillare della morale pubblica e della coscienza individuale. Parla di vittime di abusi sessuali senza che le strutture che hanno reso possibili quelle coperture siano state toccate. E la distanza tra la retorica della giustizia sociale e la storia concreta dello IOR, segnata da scandali finanziari come il caso Banco Ambrosiano, non scompare con un documento solenne.
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Questa è la ragione per cui la destra identitaria può citare la stessa enciclica con disinvoltura, l’appello alla dignità umana come argine al transumanesimo e la critica alla tecnocrazia, senza riferimenti espliciti al capitalismo come sistema che quella tecnocrazia produce, offrono sponde narrative a posizioni che non hanno nulla di progressista.
Quando settori opposti dello spettro politico applaudono lo stesso documento con lo stesso tono, occorre chiedersi non solo se abbia meriti parziali, che ha, ma quali interessi politici diversi stia servendo simultaneamente. La risposta a sinistra non può essere il plauso all’enciclica. Deve essere la costruzione di controllo democratico dal basso, trasparenza pubblica, ricerca indipendente, redistribuzione del potere tecnologico.
Se si vuole davvero disarmare l’intelligenza artificiale, bisogna iniziare col disarmare le istituzioni che per secoli hanno disarmato le coscienze.
(29 maggio 2026)
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