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Una destra che governa solo per i suoi elettori (ormai stanchi anche loro di giravolte)

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria freddi

La destra governa, ma non governa nell’interesse collettivo. Si chiude in una spirale fatta di propaganda, paura e conflitto permanente. Grida, semplifica e mente, ma dietro la retorica resta il vuoto di un progetto capace di migliorare davvero la vita delle persone. La gente lo percepisce ogni giorno perché non esiste una risposta concreta ai problemi sociali ed economici che attraversano le società occidentali. Restano soltanto odio, slogan logori e politiche che hanno prodotto conseguenze precise come guerra, inflazione, aumento delle disuguaglianze e frattura sociale. Questo è il bilancio reale che consegnano al mondo.
Per questo il ciclo dell’ultradestra internazionale e di quella destra estrema italiana di governo che ha assunto pienamente i paradigmi reazionari mostra oggi le prime crepe, anche se dichiararne già la fine sarebbe prematuro. Dentro lo stesso campo conservatore iniziano infatti a emergere tensioni e smarcamenti, con una parte della destra liberale che prova a prendere le distanze dalla linea di Lega e Fratelli d’Italia nel tentativo di ricostruire uno spazio centrista e liberaldemocratico.

Pedro Sánchez ha aperto un dibattito utile e ha dato una spinta politica e morale alla Spagna e a una parte dell’Europa progressista. Il suo ottimismo ha una funzione precisa perché rompe l’idea che austerità e precarietà siano l’unico orizzonte possibile. Ma la realtà è più dura e contraddittoria di un discorso pubblico o di un comizio. Anche in Spagna, nonostante quasi otto anni di governo socialista abbiano prodotto miglioramenti concreti sul piano sociale ed economico, molti cittadini non giudicano il percorso compiuto partendo dalle condizioni ereditate nel 2018, ma guardano il dato assoluto delle proprie vite, dei salari, del costo delle case e della capacità reale di costruire sicurezza sociale.

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Ed è qui che emerge il limite strutturale dell’attuale assetto europeo. È bene che italiani e spagnoli accettino l’idea di non essere la Norvegia. Non possiedono la stessa struttura economica, energetica e fiscale e non possono raggiungere gli stessi livelli di protezione sociale restando dentro un’Unione Europea priva di una vera integrazione federale, fiscale e politica. Paradossalmente proprio quella prospettiva federale che potrebbe rendere più forti le economie mediterranee viene respinta da una parte significativa di chi oggi sceglie le destre e l’estrema destra sia in Spagna sia in Italia, come nel resto d’Europa.

Dire che l’ultradestra sia al tramonto oggi è un atto di speranza, non un dato politico consolidato. In Ungheria la sconfitta di Orbán non ha prodotto uno spostamento dell’asse a sinistra ma un riassestamento interno al campo conservatore. Negli Stati Uniti Donald Trump non è affatto ai titoli di coda e continua a rappresentare un punto di riferimento centrale per la destra americana. In Germania AfD continua a crescere soprattutto nelle regioni orientali e in Francia Jordan Bardella resta stabilmente tra i favoriti per l’Eliseo nel 2027. Parlare soltanto di crepe rischia di diventare consolatorio. Le crepe esistono e i governi di destra producono crisi e disastri sociali, ma il consenso non crolla automaticamente.
Qui sta il nodo politico che la sinistra deve affrontare. In Italia il governo Meloni in quasi quattro anni ha mostrato un’incapacità strutturale. Quando va bene galleggia, quando va male produce danni economici e sociali. Eppure Fratelli d’Italia resta stabilmente attorno al 29 per cento. È questo il dato che pesa più di qualsiasi retorica.

Un’alternativa credibile per una forza di sinistra significa costruire un progetto di società che parli il linguaggio del lavoro dignitoso, della sanità pubblica, della scuola pubblica, della redistribuzione della ricchezza, della giustizia fiscale, della pace e dei diritti individuali e civili. Significa difendere senza ambiguità i diritti delle persone LGBT+, il pieno riconoscimento delle famiglie omogenitoriali e il principio di autodeterminazione anche per il fine vita. Significa anche affrontare apertamente il tema della laicità dello Stato e del rapporto con la Chiesa cattolica, mettendo in discussione un sistema di privilegi economici e politici che appare sempre più incompatibile con un paese che taglia welfare e servizi pubblici. Vuol dire nominare tutti i responsabili delle guerre, dell’inflazione, della disuguaglianza e della frattura sociale e indicare concretamente come cambiare rotta.

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Senza questo progetto la destra non finisce. Continuerà ad amministrare il declino chiamandolo ordine e stabilità. La sinistra non può limitarsi a osservare le contraddizioni del blocco conservatore sperando che crolli da solo. Deve costruire un’alternativa sociale, politica e culturale capace di trasformare il malcontento in consenso popolare. Fino a quel momento il tempo dell’ultradestra non sarà finito. Sarà soltanto più contestato.

 

 

(13 maggio 2026)

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