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Se parliamo di economia, io la penso così

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di Marco Biondi
Marco Biondi

È di pochi giorni fa la conferma che l’Italia (attenzione alla sottigliezza, non il Governo Meloni, ma l’Italia), non è ancora riuscita ad uscire dalla procedura di infrazione aperta dalla Comunità Europea, in quanto ha chiuso l’esercizio 2025 con un rapporto tra deficit e PIL superiore al 3%. “Solo” il 3,1% per la precisione, con qualche milioncino sfuggito ai conti proprio alla fine dell’anno, cosa che ci ha fatto sforare l’obiettivo che ci eravamo posti.
Ma come può essere successo, ci si chiede; i presupposti c’erano tutti. L’Italia era nel quarto anno – l’ultimo – del famoso PNRR (Piano di ripresa e resilienza) che, “grazie al Covid” aveva fatto arrivare nelle casse dello Stato la bellezza di 194 miliardi di euro. Dico centonovantaquattro miliardi, non bruscolini come si dice a Roma.
Cerchiamo di capire, grazie all’assistenza di qualche buon articolo, come mai sia successa questa cosa.

Perché, se il valore dei salari rispetto all’inflazione è diminuito, se la pressione fiscale è aumentata e il livello dei servizi offerti al cittadino non solo non è migliorato pur avendo a disposizione quella quantità di finanziamenti, ma, al contrario, viene percepito come deteriorato, nella sanità in primo luogo: qualcosa non torna.

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Partiamo dai presupposti del PNRR

Per risollevare le economie dei Paesi della Comunità Europea dopo la tempesta del Covid, sono stati stanziati una enormità dei fondi, tali da destinare all’Italia i famosi 194 miliardi. Il principio di questo programma non era, però, fortunatamente, quello di dispensare delle mance o dei bonus, ma mettere a disposizione delle risorse che, se utilizzate correttamente, potessero contribuire a realizzare dei progetti che migliorassero da una parte i risultati economici del Paese e, dall’altra, la vita delle persone.
Arrivati all’ultimo anno del programma, siamo già in grado di dire che i risultati sono stati lontani dalle attese.
Come ci racconta in maniera dettagliata Federico Fubini, sul Corriere della Sera del 27/4/2026, i risultati attesi che erano alla base del programma non sono stati ottenuti per svariate ragioni. Vediamole.

Intanto, come da italica attitudine, le regole fissate inizialmente sono state via via adattate e modificate.
Ad esempio, nel campo dell’inserimento dei giovani e delle donne al lavoro i meccanismi che avrebbero dovuto integrare di più giovani e donne nel mercato del lavoro nelle funzioni qualificate – vera debolezza italiana nel confronto europeo – sono stati aggirati e smontati. Le norme prevedevano che il 30% delle assunzioni legate all’aggiudicazione dei bandi del PNRR avrebbe dovuto essere riservato proprio a giovani e donne. Ma è stata introdotta una lista di nove motivazioni possibili per ottenere una deroga e, alla fine, due terzi (64%) dei progetti non hanno rispettato il vincolo del 30%.
Inoltre, Il continuo susseguirsi di richieste di modifica ha contribuito ad accrescere l’opacità e l’incertezza quanto a obiettivi e risultati. Solo la sesta e (per ora) ultima ha interessato 174 misure ovvero il 60% di tutte le misure contenute originariamente nel Piano.

Tra le richieste di modifica, è stato scelto di togliere 1,4 miliardi alla promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche (distretti di imprese in cooperazione fra loro) e all’autoconsumo delle aziende che si dotano di tecnologie pulite, Scelta stravagante, oltre tutto alla luce dell’attuale crisi energetica mondiale nata nell’ormai lontano 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina.

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L’analisi prosegue con i fallimenti degli investimenti nel sistema giudiziario – dal 2023 a settembre 2025 il numero di procedimenti civili aperti, invertendo una tendenza che durava dal 2011, ha ripreso a crescere: da 2,72 a 2,91 milioni di casi. Se continuasse così, non sarebbe chiaro per cosa l’Italia avrebbe speso 2,9 miliardi per velocizzare e razionalizzare il lavoro dei tribunali.

In conclusione, abbiamo avuto a disposizione questi fondi, in qualche modo siamo riusciti a spenderli, ma non ci siamo preoccupati, minimamente, del fatto che fossero destinati a produrre risultati tangibili.

Resta ora il dubbio di cosa accadrà dal 2027 quando questi fondi non saranno più disponibili. Fin qui abbiamo assistito alla corsa del “mettere le mani avanti”. Crisi energetica, caro petrolio, guerre. Per carità, tutto vero, ma poi l’attenzione del Governo è sulla legge elettorale, sulla nazionale di calcio e sulla famiglia nel bosco.

Per parlare di lavoro…

La cifra cruda che ci arriva dalle analisi dei commentatori è che i lavoratori hanno perso il 7,5% di potere di acquisto che deriva da un aumento del costo della vita dal 2019 pari al 19,7% rispetto ad un adeguamento dei salari del 12,2%.
Questo l’ottimo articolo di Milena Gabbanelli sul Corriere.it nella rubrica Data Room. Milena ci racconta di un meccanismo perverso per il quale i contratti collettivi vengono mediamente rinnovati con almeno un anno di ritardo rispetto alla loro scadenza naturale e questo fa si che l’inflazione di quell’anno non venga nei fatti recuperata.

Ma il Governo cosa fa? Parla, ma non fa, o fa molto poco

Molto significativo anche l’articolo del Primo Maggio GaiaItalia.com a proposito del salario minimo, che per la nostra Presidente del Consiglio, miracolosamente diventa “salario giusto”, ma senza che questo venga declinato in alcun progetto.
Sintetizzando, il mondo del lavoro oggi soffre di grandi problemi, che si sono però acuiti negli ultimi anni: lo sfruttamento, per cui ancora abbiamo personale sottopagato in assenza totale di un valore minimo di riferimento che è, appunto il salario minimo, la perdita di potere di acquisto, l’immobilismo gestionale che deriva per la grande maggioranza dei rapporti di lavoro in uno squilibrio tra il corrispettivo economico e la qualità della prestazione, per gli amici “meritocrazia”.
Interessante anche questa analisi, comparsa su Repubblica.it del 28/4/2026 a firma Daniele Ricciardi, che ci racconta come, al di la della perdita in potere di acquisto, un sondaggio condotto dall’Osservatorio JobPricing in collaborazione con Adecco, sei lavoratori su dieci sono mediamente insoddisfatti della propria busta paga, ma non solo in termini quantitativi, ma  soprattutto in termini qualitativi, nel senso che la ritengono inadeguata al merito e non nutrono fiducia nei criteri di valutazione.

Tutto ciò non può non avere ricadute sulla produttività. Dal 1975 al 2025, negli ultimi 50 anni, l’Italia ha perso produttività rispetto a molti Paesi Europei: del 10% sulla Spagna, del 17% sulla Svezia, del 30% sulla Francia, del 31% sul Portogallo, del 42% sulla Germania, del 62% sulla Finlandia. Abbastanza scoraggiante, direi.

Se a quanto sopra aggiungiamo che i temi della sicurezza sul lavoro non hanno avuto adeguata attenzione, che la fuga di cervelli non accenna a diminuire e la scarsità di manodopera – qualificata e non – continua a pesare sui risultati economici delle aziende, la conclusione è che siamo messi davvero male. Per non parlare delle crisi industriali e dell’esigenza di adeguarsi alle nuove sfide; non solo da quelle che derivano dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma, più in generale, da quelle che derivano dalla naturale evoluzione dell’umanità.

La conclusione questa volta richiede qualche parola in più. Aver affidato il Governo della Nazione ad una coalizione di centro destra non è servito al rilancio e nemmeno al miglioramento dell’economia. Tanti sono i problemi sul tavolo ma il fatto che quasi nessuno di questi sia stato affrontato con sufficiente energia non può che mettere sotto accusa l’operato del Governo. La stessa revisione delle aliquote fiscali – unica misura tangibile effettuata dal Governo – visto per di più la sua temporaneità, non attenua questo giudizio, anzi lo peggiora. L’Italia ha aggravato il prelievo fiscale del 2% sul PIL, il doppio rispetto alla media EU e rispetto ai Paesi a noi più vicini, ha fatto molto peggio se ci confrontiamo col Portogallo (0,4%), con la Grecia (0,7%) e con Francia e Spagna (0.8%).

Per invertire la tendenza, sono necessarie una serie di azioni che questo Governo sembra incapace di mettere in atto.
Sarebbe utile una revisione dei contratti di lavoro, con introduzione del salario minimo (che sarebbe quindi anche “giusto”) in modo che, in ogni contratto sia tenuta in maggiore considerazione la “qualità” del rapporto di lavoro. Dagli orari, allo smart working, alla prevenzione medica, a tutto ciò che impatta la qualità della vita dei lavoratori e delle loro famiglie. E per quanto riguarda la retribuzione, che sia premiata la qualità della prestazione e della produttività, ma non intesa come sfruttamento, ma come capacità di produrre valore per l’azienda.

Non mi dispiacerebbe se ci fosse anche una razionalizzazione delle sigle sindacali. Oggi bastano “quattro amici al bar” per ottenere permessi sindacali e partecipare alla negoziazione dei contratti collettivi. Alzerei la rappresentatività minima per avere delle rappresentanze maggiormente qualificate e selezionate. E metterei un freno all’evoluzione del sindacalista in rappresentante politico. Fare il sindacalista è un mestiere completamente diverso dal politico. O perlomeno dovrebbe esserlo. Invece sembra sempre una evoluzione naturale che i leader dei maggiori sindacati abbiano poi un percorso politico. Che sia un indennizzo? Mah, chi può saperlo.

Le aziende dovrebbero avere forti incentivi per gli investimenti in tecnologia, per chi si dota di capacità di generazione di energia aumentando in modo significativo la propria efficienza energetica, per chi non disperde le prodizioni all’estero ma ne mantiene il controllo, per chi investe in formazione (vera) e in politiche di fidelizzazione e di crescita professionale. Infine, bisognerebbe rivedere la tassazione per quegli imprenditori che decidono di reinvestire gli utili per aumentare la patrimonializzazione e l’equilibrio finanziario delle aziende.

In conclusione, sarebbe utile riflettere molto bene su come spendere il proprio voto. Perché il giorno nel quale sul voto peserà, come dovrebbe, il resoconto di quanto è stato fatto rispetto a quello che è stato promesso, si potranno creare i presupposti per non arrossire nei confronti con gli altri Paesi Europei, così vicini, ma, troppo spesso, così lontani da noi.

 

 

(20 maggio 2026)

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