di Il Capo
Mi sposto spesso verso l’Umbria, dove c’è verde nell’ambiente e verde nel cuore, stanco della capitolina maleducazione e prepotenza, con cui mi trovo a convivere per ragioni di lavoro. Qualche giorno fa ho avuto la ventura di chiedere informazioni ad un umano di pochi mezzi e grandi ambizioni, probabilmente distrutto dal dover passare la vita dietro un vetro stampigliando biglietti e dando resti, alla stazione dei pullman di Roma Tiburtina.
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Ho la ventura di chiedergli quale Stallo riceverà il pullman per Perugia (e non in quale stalla lui fosse nato), ricevo in risposta un’altra domanda: “Lei ha fatto il biglietto?”, rispondo a mia volta che la mia domanda è un’altra e che dovrebbe cortesemente rispondermi. Mi invita di nuovo prepotentemente a “tirare fuori i soldi per il biglietto”, al che gli rispondo che offrendo la compagnia che ho scelto un servizio di biglietteria a bordo ho la libertà di pagare dove mi pare e ripeto che avrei necessità di sapere quale Stallo riceverà il pullman per Perugia.
Mi guarda come avrebbe guardato un lebbroso che tenta di baciarlo e mi dice, stornando lo sguardo, che non è in grado di dirmelo perché il numero dello Stallo appare a terminale soltanto all’arrivo del pullman. E’ soddisfatto, umano di pochi mezzi e grandi ambizioni, di non avermi fornito una delle informazioni che la sua mansione prevede, io che sono stato reo di avere risposto a tono alla sua prepotenza pretendendo rispetto.
Disgraziatamente per lui, l’umano di pochi mezzi e grandi ambizioni, la sua collega a fianco stava informando – nello stesso istante, quando si dice la malasorte – un altro passeggero che lo Stallo che avrebbe ospitato il pullman per Perugia era il numero 16. Cosa che mi ha consentito di ridicolizzare ulteriormente il minus habens dietro il vetro.
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Ci sono giorni gravidi di soddisfazioni.
(9 febbraio 2015)
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