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Li si vuole clandestini per sfruttarli meglio (e se protestano, ammazzarli)

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di Ennio Trinelli
Ennio Trinelli

I quattro uomini bruciati vivi dentro un’automobile da parte di servi pakistani del caporalato del sud, stato nello Stato che risponde a chissà quali perverse leggi oscure, oscure ma note a chi lascia che continuino a lucrare sulle vite degli altri, ha riportato drammaticamente alla ribalta il problema dei migranti che arrivano in Italia e vengono lasciati in uno stato sospeso che permette a quello stato nello Stato di poterli sfruttare, a due euro all’ora quando va bene, quando non ammazzare bruciandoli vivi. Le storie sono tante, anche se raramente vengono raccontate: si tratta di giovani o giovanissimi, disposti a tutto pur di lavorare, persino a rischiare la vita, che spesso vengono assunti a una cifra X dalla quale vengono sottratti i soldi dell’alloggio, i soldi del vitto, per lasciarli praticamente senza nulla e in condizioni di semi-schiavitù. Lo schifo italiano che si vanta dell’accoglienza.

Il sistema dell’accoglienza dei migranti in Italia fa acqua da tutte le parti. E’ noto. Viene quasi il sospetto che li si preferisca clandestini per sfruttarli meglio, così da dare un contentino a quello stato nello Stato che lucra contro gli interessi dello Stato, tanto si possono sempre ammazzare se alzano troppo la cresta. Chi vuoi che li venga a cercare annegati come sono nell’invisibilità che diventa oblio che diventa morte che diventa cosa vuoi che me ne importi di te non sei nessuno che diventa  sfruttamento e, in ultima analisi, la più becera forma di razzismo e odio per l’Altro immaginali. Dal governo nemmeno una parola. Ci guardiamo bene, in questa sede, dal dare la colpa all’attuale governo che di colpe ne ha molte, prima fra tutte quella di vivere di balle spaziali sempre più spaziali (ma finché continuano a credergli fa pure bene), ma la spaventosa situazione che riguarda i migranti non l’ha creata da solo. Dal 1994 in poi tutti i governi che si sono succeduti non hanno fatto che peggiorare le cose o lasciare che andassero da sole, cioè hanno contribuito – tutti i governi – a peggiorarle. Arrivano in Italia col sogno dell’Europa ricca e che dà lavoro, e finiscono in baracche d’alluminio fatiscenti a raccogliere a due euro l’ora la frutta e la verdura che finiscono sulle tavole di quelli che gridano a voce alta di odiare i migranti. Coerenza tutta italiana che non ci fa più nemmeno schifo come dovrebbe, tanto siamo assuefatti.

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Nemmeno vale la pena ricordare che la Bossi-Fini è ormai totalmente inadeguata a gestire l’immigrazione in Italia: tutti i governi, destre e sinistre con centro al traino, hanno preferito ignorare il problema e quando decideranno di affrontarlo useranno quel termine insopportabile che è sanatoria – cosa ci sarà mai da sanare se non le loro inutili teste [cit.] – anziché ricorrere a un meno propagandistico, ma assai più realistico regolarizzazione che denuncerebbe, a chi vuol capire, che gran parte di questi che lavorano lavori che gli Italiani non vogliono più fare, lo fanno in nero a una paga oraria da miseria e a dieci ore di lavoro al giorno, sabato incluso e la domenica dalle otto alle 14 e guai lamentarsi. Ne frequento abitualmente un paio, lavorano tutti e due nella stessa azienda, insieme a un’altra ventina di persone. Tutti stranieri, tutti lavorano in nero.

In conclusione la sensazione sempre più forte è che gli stranieri che non si vogliono regolarizzare vengano volutamente lasciati in questo stato semi-infernale che nemmeno può chiamarsi limbo perché sono funzionali alla propaganda di questa politica sempre più becera e sempre meno politica; perché saperli stranieri e irregolari fomenta quel clima di paura che queste destre incancrenite nel loro odio devono somministrare a gocce giorno dopo giorno per costruire quella realtà che non solo non c’è, ma continua a non esserci, dentro il disegno illiberale e lontano dal quotidiano che permette loro di continuare a sopravvivere senza idee e senza capacità di governo; perché, infine, funzionali all’impedimento dell’emersione di quel nero che è la mission di quello stato nello Stato che lucra sulle mancanze e sui buchi dello Stato: il quale Stato si guarda bene dal rendere quei buchi impermeabili perché anche quelli, si sa, votano.

Sono necessari a questo punto, alcuni dati. Secondo gli ultimi dati Istat, l’impatto economico del solo lavoro nero ammonta a 77.100 milioni di euro all’anno (77,1 miliardi), ma se valutiamo il totale dell’economia sommersa – includendo sotto-dichiarazioni del fatturato e mance – il sommerso sale alla spaventosa cifra di 197.600 milioni di euro (197,6 miliardi). Sono circa 2,6 milioni (secondo le rilevazioni della CGIA su base Istat) i lavoratori abitualmente impiegati in nero, mentre secondo l’Istat le unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (Ula) non regolari sono oltre 3,1 milioni. Interessanti le percentuali: il tasso di lavoro nero tra i lavoratori italiani si attesta intorno all’8,8%, la percentuale presunta di lavoratori stranieri (regolari e non) che scivolano nel lavoro sommerso sale a oltre il 19% con impiegati nell’agricoltura e il lavoro domestico che fanno schizzare le percentuali oltre il 45% (48,8% di irregolarità per badanti e collaboratrici famigliari). In chiusura recenti inchieste del Centro Studi Idos e della campagna Ero Straniero hanno stimano che i blocchi burocratici legati ai decreti flussi (i tassi di completamento dei contratti si fermano a volte tra il 7% e il 13%) spingono “forzatamente” nell’inferno del lavoro nero quote altissime di stranieri entrati inizialmente per vie legali, continuando ad alimentare la platea stimata di circa 500.000 stranieri irregolari sul territorio, che non hanno altra scelta che occuparsi nell’economia sommersa.

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Questi dati, sia detto con rispetto, bisogna andarseli a cercare, perché chi siede su comode poltrone da oltre 15mila euro al mese, si guarda bene dal risolvere il problema perché mettendoci mano non solo si riuscirebbe persino a sistemare le cose, ma si perderebbe un formidabile strumento di propaganda politica atto al mantenimento del potere attraverso la pausa e una comunicazione legata alla paura e alla distanza dalla realtà, realtà che non è nata da sola, ma che è stata provocata dal disinteresse alla risoluzione dei problemi di coloro che vediamo, ancora oggi, seduti in parlamento a gridare le stesse cose dal 1994. Trentadue anni che avrebbero reso afono chiunque. Non loro che sono riusciti nel capolavoro di rendere afono un abbondante 40% di elettori che la loro voce non la fanno più sentire. E continuano a dare la colpa ai migranti.

 

 

(7 giugno 2026)

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