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HomeGiustappunto!Giustappunto! Case di Comunità senza medici: il grande equivoco della sanità territoriale

Giustappunto! Case di Comunità senza medici: il grande equivoco della sanità territoriale

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di Fabio Galli
Fabio Galli

Ogni tanto la politica italiana produce dibattiti che sembrano enormi ma che, a guardarli bene, assomigliano a una gigantesca distrazione collettiva. Per settimane si discute, si litiga, si minaccia lo scontro definitivo, si evocano rivoluzioni epocali. Poi, improvvisamente, tutto si ferma. La riforma viene ritirata, il decreto scompare, le parti si dichiarano disponibili al dialogo e il sistema torna esattamente al punto di partenza.
È quello che sembra essere accaduto con la riforma della medicina territoriale.

I medici di famiglia sarebbero dovuti entrare nelle Case di Comunità. Una parte di loro avrebbe dovuto diventare dipendente del Servizio sanitario nazionale. La proposta ha provocato una reazione durissima delle organizzazioni di categoria, le Regioni hanno mostrato più di una perplessità e alla fine il governo avrebbe deciso di fare marcia indietro.
C’è chi esulta.
C’è chi parla di buon senso.
C’è chi denuncia una resa politica.
La verità, forse, è più deprimente.

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Perché la vicenda dimostra ancora una volta che la politica sanitaria italiana sembra incapace di affrontare i problemi reali e preferisce combattere guerre simboliche. Il grande equivoco di questa storia è stato far credere che il futuro della sanità territoriale dipendesse dal contratto dei medici di famiglia. Come se il problema fosse quello. Come se il cittadino che aspetta settimane per una visita fosse interessato alla natura giuridica del professionista che lo visiterà. Come se una persona anziana, costretta a recarsi in pronto soccorso perché non trova risposte sul territorio, si chiedesse se il proprio medico sia un libero professionista convenzionato o un dipendente pubblico. La politica ha costruito un conflitto ideologico attorno a una questione che per i cittadini è largamente secondaria. Il problema della sanità italiana non è il contratto dei medici. Il problema è che il Servizio sanitario nazionale sta progressivamente perdendo la capacità di essere realmente universale. La medicina territoriale è in crisi da anni. I medici di famiglia diminuiscono. La popolazione invecchia. Le patologie croniche aumentano. I pronto soccorso sono sovraccarichi. Le liste di attesa diventano sempre più lunghe. Intere aree del paese soffrono di una cronica carenza di personale sanitario. E davanti a questo scenario la risposta della politica sembra essere stata quella di modificare l’inquadramento lavorativo di una categoria.

È come osservare una casa che sta crollando e decidere di cambiare il colore delle finestre. Esiste poi un’altra questione che raramente viene affrontata con sincerità. Le Case di Comunità.
Sono state presentate come una delle grandi innovazioni del PNRR. La retorica politica le ha trasformate in una sorta di soluzione universale. Dovevano rappresentare il futuro della sanità di prossimità. La domanda, però, è semplice.
Chi ci lavorerà?

Questa domanda è stata sistematicamente rimossa dal dibattito. Si sono progettati edifici. Si sono individuate sedi. Si sono stanziati fondi per le strutture. Ma il personale non si produce per decreto. Non si formano medici in pochi mesi. Non si assumono infermieri che semplicemente non esistono. Non si può immaginare una riorganizzazione della sanità senza affrontare il problema fondamentale della carenza di professionisti.

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Questo è il grande limite della politica contemporanea. Confondere le infrastrutture con i servizi. Pensare che costruire un edificio equivalga automaticamente a costruire una comunità. L’Italia, da questo punto di vista, ha una lunga tradizione. Cattedrali nel deserto. Opere inaugurate senza personale. Strutture prive delle risorse necessarie per funzionare. Le Case di Comunità rischiano di diventare l’ennesimo monumento all’idea che basti costruire qualcosa perché quella cosa esista davvero.
Ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità alla politica. Anche il mondo della medicina generale dovrebbe interrogarsi. Il modello storico del medico di famiglia ha rappresentato una straordinaria conquista civile. Ma nessun modello può considerarsi intoccabile.

La società cambia.
Le esigenze sanitarie cambiano.
L’organizzazione delle cure deve adattarsi.
Difendere lo status quo come se fosse perfetto significa ignorare problemi evidenti.
Esistono territori in cui trovare un medico è difficile.
Esistono cittadini che incontrano enormi ostacoli nell’accesso alle cure.
Esistono differenze territoriali che mettono in discussione il principio costituzionale di uguaglianza.
Negare queste criticità non aiuta nessuno.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo immaginare che il semplice passaggio alla dipendenza possa risolvere tutto. La dipendenza non crea automaticamente efficienza. Lo Stato italiano offre numerosi esempi di strutture burocratiche complesse e poco funzionali. Pensare che basti trasformare un libero professionista in un dipendente pubblico per migliorare il servizio significa ignorare i limiti della macchina amministrativa italiana. Il rischio è un altro.

Che la politica utilizzi le riforme organizzative per evitare di affrontare il vero nodo della sanità. I finanziamenti. Perché esiste una domanda che raramente viene posta.
Quanto siamo realmente disposti a investire nella salute pubblica? La politica ama discutere di organizzazione. Molto meno di risorse. Eppure la qualità di un sistema sanitario dipende anche dalla quantità di personale, dalle tecnologie disponibili, dagli stipendi, dalle condizioni di lavoro, dalla capacità di attrarre giovani professionisti. Una sanità sottofinanziata continuerà a essere in difficoltà indipendentemente dal modello contrattuale adottato. C’è poi un aspetto che rende questa vicenda particolarmente significativa.

La crescente tendenza della politica italiana a governare attraverso decreti e annunci.
Ogni problema sembra richiedere una riforma immediata.
Ogni difficoltà viene presentata come un’emergenza.
Ogni governo promette di risolvere questioni che si trascinano da decenni.
Poi arrivano le proteste.
I conflitti.
I compromessi.
Le retromarce.
E il risultato finale è spesso l’immobilismo.

Il ritiro della riforma della medicina territoriale rischia di essere l’ennesimo episodio di questa dinamica: molto rumore. Molte dichiarazioni. Molto scontro. Pochi cambiamenti concreti. Ma la critica più severa riguarda un altro elemento.
L’assenza di una vera idea di sanità pubblica. Da anni il dibattito italiano sembra oscillare tra due estremi. Da una parte la nostalgia di un sistema costruito negli anni Settanta, come se nulla fosse cambiato. Dall’altra una concezione sempre più aziendalistica della salute, in cui il cittadino tende a trasformarsi in un cliente e le prestazioni in servizi da acquistare.
Nel mezzo manca un progetto. Manca una riflessione sul significato stesso del Servizio sanitario nazionale. Perché il problema non è soltanto organizzativo. È culturale. Una società che invecchia ha bisogno di una medicina di prossimità forte. Ha bisogno di prevenzione. Ha bisogno di assistenza domiciliare. Ha bisogno di integrazione tra servizi sanitari e servizi sociali. Ha bisogno di una presenza pubblica diffusa sul territorio. Tutto questo richiede tempo. Programmazione. Investimenti.
E soprattutto una qualità sempre più rara nel dibattito pubblico: la capacità di guardare oltre il consenso immediato.

Il ritiro della riforma, allora, non rappresenta né una vittoria né una sconfitta.
È il sintomo di qualcosa di più profondo.
Di una politica che continua a inseguire le emergenze senza costruire strategie di lungo periodo.
Di una sanità costretta a rincorrere i problemi invece di prevenirli.
Di un paese che sembra aver perso l’abitudine a discutere seriamente del proprio futuro.
Il paradosso è che, mentre governo, Regioni e categorie professionali discutono di contratti, decreti e competenze, la crisi della medicina territoriale continua il suo corso silenzioso. I medici vanno in pensione, i giovani scelgono altre specializzazioni o altri paesi, la popolazione invecchia, le liste di attesa crescono e il settore privato intercetta quote sempre maggiori di domanda.

Forse il vero scandalo non è che una riforma sia stata ritirata.

Il vero scandalo è che il dibattito pubblico abbia fatto credere ai cittadini che quella riforma fosse la soluzione del problema, quando probabilmente non era che l’ennesimo tentativo di mettere mano agli ingranaggi di una macchina senza avere il coraggio di chiedersi se il motore stia ancora funzionando.
E il rischio, ormai evidente, è che mentre tutti discutono di come riorganizzare il medico di famiglia, il medico di famiglia, semplicemente, finisca per non esserci più.

 

 

(11 giugno 2026)

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