di Marco Biondi

La notizia che vorrei commentare riguarda quello che è stato definito “E3”. Il meeting che ha riunito i leader di UK, Germania e Francia con lo scopo di interagire con Ucraina e Russia per aiutare la ricerca della pace in quelle terre. Intanto vorrei evidenziare che, contrariamente alle scorse settimane, vi parlo della guerra anche in territorio russo. E questa può essere una svolta significativa. L’Ucraina è riuscita in questi lunghi anni a creare una forza militare innovativa capace, non solo, di difendersi dagli attacchi dei russi, ma anche di contrattare in modo da portare la guerra fino a Mosca.
Io non sono un guerrafondaio, al contrario, ma credo che questa sia un’ottima strategia. Perché fare quello che è sempre riuscito agli Stati Uniti, ossia fare le guerre esclusivamente a casa di altri, è più semplice e crea minori ripercussioni politiche interne. Avere la guerra in casa, invece, può corroborare quelle critiche che già da anni, seppure sopite, stanno crescendo, e far chiedere alla popolazione russa il perché si devono trovare costretti ad avere paura per conquistare delle terre che appartengono ad altri e la cui conquista non porterebbe vantaggi tangibili nella loro vita.
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Solo alimentando lo scontento e la reazione interna, si creerebbero le condizioni per ricondurre a miti consigli lo zar. Le azioni militari dei giorni scorsi su San Pietroburgo e a Mosca rappresentano dei passi molto significativi e potrebbero aprire incredibilmente nuovi spazi di trattativa.
Trattativa alla quale l’Europa ha deciso, finalmente, di partecipare da protagonista.
Al di là di quelle che possono essere le dichiarazioni pubbliche di Putin, avere l’Europa, intesa come organizzazione politica e geografica, impegnata nella ricerca della pace al fianco dell’Ucraina, rappresenta un segnale potentissimo.
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E qui veniamo all’E3. Perché 3? E l’Italia dov’è? Non vuole esserci perché è fuori dai mondiali di calcio?
Stendiamo un velo pietoso sulle dichiarazioni da assemblea liceale di Giorgia Meloni: “Ho fatto tardi”, “Ero alla presentazione di un francobollo” (è vero, non è una battuta!), e cerchiamo di capire il motivo di questa assenza.
Generalmente a capo di Stati così importanti come quelli del G7 abbiamo dei leader: ossia persone determinate, che assumono posizioni precise e le difendono, politici con un alto standing che non hanno paura di fare tutto il necessario nell’interesse del Paese che rappresentano.
Lasciamo stare il gradimento che possono avere in patria, i problemi politici che devono affrontare: coprono una funzione fondamentale e lo fanno al di là e al di sopra di qualsiasi difficoltà che possano avere in patria. Oggi stiamo parlando di un Presidente della Francia a fine del secondo mandato e con un consenso ormai notevolmente ridotto, del Primo ministro del Regno Unito che sarà probabilmente sfiduciato nei prossimi mesi e che continua a perdere pezzi importanti del suo governo, e del Primo ministro della Germania che ancora non sa se continuerà ad esserlo oltre il prossimo mese di settembre. Ma sono dei leader e fanno il lavoro per il quale sono stati nominati.
Noi, come Presidente del Consiglio, non abbiamo una leader, abbiamo un capo.
Giorgia Meloni, nel timore di subire critiche da Trump, non fa. Per paura di perdere potere nel gruppo dei sovranisti europei, non prende posizioni. E va alle presentazioni di francobolli.
È talmente impegnata a combattere con le beghe interne alla sua coalizione, con chi si sente di destra che più destra non si può (Vannacci), con chi appena si alza al mattino perde qualche punto di consenso (Salvini), con chi come Tajani investe più tempo a far vedere che il suo partito non vuole avere nulla a che fare con i crescenti neofascismi, che non a fare il Ministro degli Esteri.
Se Meloni fosse una leader, imporrebbe una linea e avrebbe anche il coraggio di dissociarsi dagli alleati che non la vogliono seguire. Ma lei no, lei si barcamena per non scontentare nessuno. Meloni sta dimostrando sciaguratamente a nostre spese, quali sono i suoi limiti. Può fare il capo, ma oggi, non riesce ad essere una leader.
Non sto dicendo che, dall’altra parte, nell’attuale minoranza, i leader abbondino; purtroppo no. Ma questo è un altro discorso che preferisco accantonare, almeno per ora.
(13 giugno 2026)
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