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La povertà contemporanea attraversa la normalità sociale

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Parlare di povertà oggi significa smettere di immaginare soltanto chi dorme in strada o chi vive in condizioni di marginalità estrema. La povertà contemporanea attraversa ormai la normalità sociale. È la famiglia che lavora, paga affitto o mutuo, bollette e spesa alimentare e arriva a fine mese senza riuscire a mettere da parte nulla.
È quella fascia grigia di cui parlano da anni operatori sociali, sindacati e associazioni del welfare, persone che formalmente non risultano povere perché superano le soglie Isee per accedere agli aiuti, ma che nella pratica non hanno un reddito sufficiente per vivere con dignità. Questo mentre in Italia la ricchezza continua a concentrarsi in poche mani.

La frattura sociale non è un incidente. È il prodotto diretto di un modello economico e politico che negli ultimi decenni ha protetto la rendita più del lavoro, la speculazione più dei salari, il patrimonio più dei diritti sociali. La questione centrale è che questa disuguaglianza crescente non sta producendo automaticamente una maggiore domanda di redistribuzione. Ed è qui che la sinistra deve avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza rifugiarsi nelle semplificazioni. Non basta dire che i cittadini appartenenti alla “fascia della vulnerabilità e dell’impoverimento della normalità lavorativa”, i cosiddetti “lavoratori poveri”, votino contro i propri interessi materiali per ignoranza o manipolazione solo perché guardano a destra o all’estrema destra. Sarebbe una lettura paternalistica e sbagliata. È cambiato il terreno dello scontro politico: sempre più spesso il conflitto economico viene sostituito da quello identitario e culturale. La destra contemporanea ha compreso perfettamente questo passaggio e lo utilizza come arma politica permanente.

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Il meccanismo è semplice e profondamente efficace. Invece di concentrare il dibattito sulle disuguaglianze economiche, sui salari stagnanti, sul costo della casa o sulla precarizzazione del lavoro, la destra sposta continuamente l’attenzione verso conflitti simbolici e identitari. L’ultimo caso, quello di Modena, ne è la dimostrazione evidente.

Costruisce un “noi” rassicurante contrapposto a un “loro” percepito come minaccia. Il cittadino contro il migrante, il lavoratore impoverito contro chi riceve un sussidio, la provincia contro le élite urbane progressiste. È una strategia che non mira tanto a convincere quanto a mobilitare emotivamente e radicalizzare. La rabbia sociale viene deviata lateralmente. Chi non riesce a trovare una casa viene spinto a prendersela con l’ultimo arrivato invece che con la finanziarizzazione del mercato immobiliare. Chi aspetta mesi una visita sanitaria viene convinto che il problema siano gli stranieri e non i tagli sistematici alla sanità pubblica e ad una strisciante privatizzazione. Così il conflitto verticale tra chi accumula ricchezza e chi vive del proprio lavoro viene trasformato in conflitto orizzontale tra poveri.

È esattamente il punto su cui gran parte della riflessione progressista europea insiste ormai da anni. Economisti, sociologi e studiosi hanno mostrato come la concentrazione della ricchezza e la crisi della rappresentanza del lavoro abbiano aperto uno spazio enorme alle destre identitarie. Quando la sinistra smette di parlare in modo chiaro di redistribuzione, diritti sociali, salario e potere economico, lascia inevitabilmente campo libero a chi costruisce consenso sulla paura e sull’appartenenza.
Per questo guardare alla Spagna non significa idealizzare un modello perfetto ma riconoscere che esiste ancora una possibilità concreta di governo progressista capace di intervenire materialmente sulle condizioni di vita delle persone. Dal 2018 al 2024 il salario minimo spagnolo è passato da 736 euro a 1.134 euro mensili, con un aumento del 54 per cento. Secondo diverse analisi economiche questo incremento ha contribuito a ridurre la disuguaglianza salariale e ad aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori più poveri. La coalizione progressista guidata dal Pedro Sánchez ha inoltre introdotto tasse straordinarie sugli extraprofitti delle banche e delle grandi energetiche, ha rivalutato le pensioni agganciandole all’inflazione e ha approvato nel 2023 la prima legge statale sulla casa della Spagna democratica, permettendo alle comunità autonome di limitare gli affitti nelle aree ad alta tensione abitativa.

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La reazione della destra è stata coerente con gli interessi che rappresenta. Partido Popular e Vox (equivalenti, nel contesto italiano, a Forza Italia e Fratelli d’Italia+Lega) hanno contestato sistematicamente queste misure sostenendo che ostacolano il mercato, penalizzano le imprese e rischiano di ridurre la competitività. Il Partito Popolare ha criticato apertamente l’aumento del salario minimo sostenendo che possa danneggiare piccole imprese e lavoratori autonomi. È una posizione politica legittima ma estremamente chiara sul piano sociale. Quando si parla di redistribuzione, regolazione del mercato immobiliare o tassazione degli extraprofitti, la destra europea continua a schierarsi quasi sempre dalla parte della proprietà e della rendita.

In Italia la traiettoria culturale delle destre non è così diversa dalle destre spagnole. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha abolito il Reddito di cittadinanza sostituendolo con l’Assegno di inclusione, restringendo significativamente la platea dei beneficiari. Parallelamente il dibattito pubblico è stato costruito spesso attorno alla contrapposizione morale tra “chi produce” e “chi riceve assistenza”, alimentando l’idea che la povertà sia principalmente una responsabilità individuale e non una questione strutturale. Nel frattempo il lavoro povero cresce, il costo dell’abitare esplode e milioni di persone vivono una condizione permanente di precarietà economica anche lavorando.

La domanda allora diventa inevitabile. Perché una parte consistente della classe media impoverita appartenenti alla “fascia della vulnerabilità e dell’impoverimento della normalità lavorativa”, i cosiddetti “lavoratori poveri”, continua a votare forze che difendono politiche favorevoli ai ceti più ricchi?
La risposta a questo scenario non può essere moralistica, ma deve essere una scelta di campo radicale. La destra oggi offre un’illusione efficace, un’identità collettiva surrogata, un linguaggio semplice e una percezione di appartenenza a chi ha perso la sicurezza materiale. Ma l’errore fatale della sinistra non è stato solo comunicativo o culturale; è stato un errore di alleanze e di identità politica.

Costruire governi sistematicamente appiattiti sul Centro, qualunque forma esso assuma, significa condannarsi all’impotenza. La mediazione centrista svuota i programmi, annacqua i diritti e impedisce di costruire una vera alternativa percepibile. Il risultato è sotto i nostri occhi: un intero blocco sociale ha smesso di riconoscere la differenza tra le proposte in campo.

La vera alternativa non si costruisce inseguendo i moderati, ma parlando a quel 50% di cittadine e cittadini che oggi non esercitano più il diritto al voto perché privati di una rappresentanza reale. La soluzione è la costruzione di un governo di sinistra netta, autonomo dal Centro, che metta al cuore del proprio programma, in modo inscindibile, i diritti individuali e la giustizia sociale. Solo rompendo il dogma del governismo a tutti i costi si potrà offrire a quel deserto dell’astensionismo una ragione per tornare a lottare.

In Italia la povertà si eredita sempre di più e la mobilità sociale è bloccata. Chi nasce povero ha molte più probabilità di restare povero rispetto a chi nasce in famiglie benestanti. Non è il risultato di fallimenti individuali ma di precise scelte economiche e politiche stratificate nel tempo. Continuare a raccontare che il mercato da solo distribuirà opportunità significa ignorare decenni di dati sulla concentrazione della ricchezza e sulla precarizzazione del lavoro. Se la sinistra vuole tornare a essere forza popolare deve ricostruire un conflitto leggibile tra chi vive di salario e chi vive di rendita, senza paura di nominare il potere economico e senza rifugiarsi in un linguaggio tecnocratico che non parla più alla vita concreta delle persone.

 

 

(19 maggio 2026)

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