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Dagli anni ’50 ad oggi gli USA in Iran ripetono gli stessi disastrosi errori

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di Marco Maria Freddi
Credo valga la pena ripercorrere alcuni passaggi della storia recente dell’Iran, uno in particolare, per comprendere come si sia arrivati alla situazione attuale e per avere, come progressisti, la capacità di guardare e governare il giorno dopo la fine del conflitto. Ciò che accade oggi nel Paese affonda le radici nell’imperialismo britannico e americano, che ha segnato il destino di un’intera nazione. All’inizio degli anni Cinquanta l’Iran aveva un primo ministro amato, Mohammad Mossadegh, probabilmente l’unico leader sostenuto in modo così massiccio dal popolo iraniano. Rispettato a livello internazionale, fu nominato uomo dell’anno dal Time nel 1951 e descritto come il George Washington iraniano.
Il suo governo introdusse ampie riforme sociali a favore dei diritti delle donne e dei lavoratori, con un’impostazione laica che separava religione e Stato.
Mossadegh riteneva che lo Scià dovesse essere una figura simbolica e non il vero governante del Paese. Soprattutto sosteneva che le risorse iraniane dovessero appartenere all’Iran.
All’epoca una compagnia britannica deteneva il monopolio dell’intero petrolio iraniano attraverso la Anglo-Persian Oil Company, poi divenuta British Petroleum.

Per comprendere come si fosse arrivati a quella situazione occorre tornare agli inizi del Novecento. Era il 28 maggio 1901 quando lo scià Mozaffar ad-Din Shah Qajar concesse a un investitore britannico i diritti esclusivi sul petrolio iraniano, ponendo le basi della futura compagnia petrolifera anglo-persiana. Fino agli anni Cinquanta i britannici commercializzarono il petrolio trattenendo la maggior parte dei profitti e lasciando all’Iran solo una quota marginale. Quando Mossadegh divenne primo ministro nazionalizzò il petrolio ed espulse i britannici.
Questi lasciarono il Paese, ma non rinunciarono ai propri interessi.
Il Regno Unito, tramite l’MI6, si rivolse agli Stati Uniti, alimentando le paure del comunismo nell’era del maccartismo e convincendo la CIA a organizzare un colpo di Stato. L’operazione, nota come Operazione Ajax, portò nel 1953 al rovesciamento di Mossadegh con la cooperazione dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Mossadegh fu arrestato, imprigionato e poi posto agli arresti domiciliari fino alla morte. Con il consolidamento del potere monarchico, la fragile esperienza democratica iraniana fu soffocata.

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La sfiducia verso l’Occidente e verso lo scià si radicò profondamente. Questa frattura contribuì al clima che sfociò nella Rivoluzione Islamica del 1979.

Nel 1954 un nuovo accordo consortile riconobbe all’Iran il 50 per cento dei profitti petroliferi, dividendo il restante 50 per cento tra compagnie statunitensi ed europee. Lo scià avviò la cosiddetta Rivoluzione Bianca con riforme agrarie, estensione del voto alle donne e campagne contro l’analfabetismo. Furono cambiamenti reali, ma accompagnati da autoritarismo e da una modernizzazione percepita da molti come occidentalizzazione forzata. La polizia segreta SAVAK represse duramente il dissenso.
L’opposizione religiosa, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, sfruttò il malcontento. Dall’esilio Khomeini costruì consenso anche grazie alla diffusione clandestina dei suoi discorsi. Nel 1978 l’incendio del Cinema Rex di Abadan, con circa 400 vittime, segnò un punto di svolta emotivo e politico. Le proteste si estesero, lo scià lasciò il Paese nel gennaio 1979 e Khomeini rientrò trionfalmente. Il referendum che proclamò la repubblica islamica segnò l’inizio di un nuovo regime teocratico.
Il romanzo “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, pubblicato nel 1985, fu influenzato anche dal clima culturale generato da quelle rivoluzioni teocratiche.

Ora è chiaro che la democrazia resta l’unico futuro credibile per l’Iran. Non serve la restaurazione monarchica, né la perpetuazione di un sistema clericale che ha tradito le promesse iniziali di giustizia e libertà. Nè la dittatura dei pasdaran, spietati assassini più che governanti illuminati.
In un contesto globale profondamente mutato dopo il 7 ottobre 2023, è questo che ci si dovrebbe attendere dai partiti progressisti italiani ed europei se vogliono essere percepiti come forze di governo, capaci di guardare oltre l’emergenza e di pensare al dopo.

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(1 marzo 2026)

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