Il partito di maggioranza relativa in Tunisia, gli islamisti di Ennahda, protagonisti della fallimentare gestione della prima parte della transizione tunisina, invisi alla maggioranza della popolazione, a schiacciante maggioranza laica, pur mantenendo ferme le sue radici islamiche, ha detto sì – finalmente – ad un governo di transizione con le forze dell’opposizione.
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L’accordo dopo mesi di braccio di ferro e dopo che le misure di Ennahda hanno distrutto l’economia del paese (che con Ben Alì cresceva del 3,5% l’anno) e hanno lasciato mano libera agli estremisti Salafiti che si sono resi protagonisti di due omicidi politici rimasti ancora impuniti – quelli di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi) senza riuscire ad arginarne le scorribande e l’occupazione illegale del suolo per le loro preghiere (bloccano strade, soprattutto nei luoghi turistici).
Il leader di Ennahda, l’impopolare Rached Gannouchi, ha stabilito con l’opposizione una road-map che dovrebbe traghettare la Tunisia verso nuove elezioni politiche dopo avere accusato l’opposizione di tutti i mali del paese. Il presidente Moncef Marzouki ha dichiarato che gli occhi dei “tunisini e dei nostri amici all’estero sono puntati su di noi e non possiamo deluderli”.
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