L’associazione “Schierarsi” non ce la fa, e Alessandro Di Battista nemmeno. Il suo referendum sullo stop al finanziamento pubblico ai giornali si ferma a meno di 300 mila firma (poco sopra il 50% di firme necessarie), che poteva essere il trampolino per il rilancio del politico dormiente che deve (ri)svegliarsi si ferma dove sta: nel limbo. Dibba ritornerà, ma non in tempi brevi. Lo seguiremo con poco entusiasmo a Di Martedì come la stagione passata: rabbia in corpo, indignazione, imbronciatino, mento indignato. Un prototipo, diciamo.
L’agone firmatorio doveva concludersi in questi giorni e rappresentava la nuova battaglia del Dibba nazionale, c’era il sogno del nuovo partito, scusate, movimento a settembre, con l’augusto sostegno di tutti i delusi dal nuovo M5s di Giuseppe Conte. Toccava mettersi di traverso a qualcosa: si è scelto come obbiettivo il finanziamento pubblico ai giornali – per chi ha il culo di riceverli – per scoprire che al grido di “Basta soldi ai giornali” si fa un capitombolo: alle 18 del 26 luglio si era fermi a 264.734 sottoscrizioni online e, a dire dell’ex parlamentare citato da Il Foglio, ad altre 100 mila raccolte nei banchetti. Dunque la raccolta di firme online, se i numeri fossero confermato, sarebbero oltre 150mila. Troppo poche. Ne servivano 500mila. Dunque Di Battista realizza che, oltre a “Schierarsi”, per fare la differenza “occorrono i mezzi” che in questo caso non è un’associazione, ma ciò che pensano nell’ex partito dell’ex parlamentare, già documentarista, già man-on-the-road, già indignatissimo, già molte cose (e in così poco tempo) in simil giovin virgulto leggerissimamente populista, della sua fino ad ora velleitaria iniziativa pro-referendum come ordigno politico nascosto sotto le scrivanie di Conte, Schlein, Fratoianni, Bonelli e tutti gli altri e pronto a esplodere. Miccia corta.
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