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Nemmeno da morti i Palestinesi hanno pace…

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di Samuele Vegna
Samuele Vegna

Non si parla abbastanza della questione del prelievo di organi e tessuti dai corpi dei prigionieri palestinesi di cui è accusato Israele. Non se ne parla mai di questa questione del prelievo di organi e tessuti dai corpi. Con o senza Israele. Ma rimaniamo in argomento. Si tratta di una vicenda documentata da svariate inchieste e video diffusi sui social e da informatori che non muoiono proprio dalla voglia di dare nomi e cognomi in pasto ai lupi, e che affonda le radici in pratiche mediche controverse avvenute a cavallo tra gli anni ’90 e i primi anni 2000. Al centro del caso si trova l’Istituto di Medicina Legale Abu Kabir di Tel Aviv e il suo ex direttore, Yehuda Hiss.
Il primo caso mediatico esplode nel 2009, quando il giornalista svedese Donald Boström pubblicò un articolo sull’Aftonbladet denunciando prelievi illeciti. Sebbene alcune parti del reportage fossero prive di prove dirette, l’onda d’urto costrinse le autorità israeliane a rispondere.

Fu allora che emerse un’intervista registrata nel 2000 dallo stesso Hiss, in cui il patologo ammetteva il prelievo sistematico di cornee, pelle, ossa e valvole cardiache dai cadaveri senza il consenso dei familiari. Le vittime di questa pratica non erano solo palestinesi, ma anche cittadini israeliani (inclusi soldati) e lavoratori stranieri.

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Come se non bastasse l’orrore suscitato dalla notizia, emerge uno degli aspetti più complessi della vicenda che riguarda la cosiddetta Israel National Skin Bank, istituita nel 1986 per trattare le ustioni dei soldati. Qui sorge quello che gli analisti chiamano il “paradosso della banca della pelle”. Nonostante Israele abbia storicamente registrato tassi di donazione volontaria molto bassi tra la popolazione (anche per ragioni religiose), la sua riserva di pelle è tra le più fornite al mondo.
Nonostante le ammissioni ufficiali riguardino il passato, la tensione sulla questione rimane alta. Il caso di Bilal Ghanem (1992) è spesso citato come simbolo dei sospetti palestinesi: un giovane restituito alla famiglia con una sutura dal mento all’addome.

Non sono pervenute, dall’epoca, autopsie indipendenti così che il sospetto di prelievo di organi (non solo tessuti) rimane una ferita aperta nella narrativa del conflitto. Già nel 2023 diverse ONG e testate internazionali avevano riacceso i riflettori sulla questione, chiedendo commissioni d’inchiesta indipendenti. Tuttavia, l’inasprimento del conflitto ha spostato l’attenzione dell’opinione pubblica, lasciando molte domande senza una risposta definitiva sulla gestione attuale dei corpi nelle zone di guerra.
Ad oggi, siamo nel 2026, ci sono decine di denunce riguardanti il fatto che i prigionieri palestinesi restituiti sono senza alcuni organi; emerge anche che Israele sarebbe diventato il mercato di organi umani più fiorente del 2025. Come ha diffuso un rapporto della Croce Rossa Internazionale, molti corpi seppelliti ad Al Shifa in fosse comuni sono privi di cornee, coclee, fegati e cuori. Altri corpi sono ancora trattenuti dalle forze armate israeliane senza alcun vero pretesto.

Ma di certo non si sa nulla e sembra di stare al balcone per carpire pettegolezzi di nascosto invece di avere notizie che consentano di agire su basi e notizie certe. L’unica certezza, perdonerete la ridondanza, è che nemmeno da morti i palestinesi hanno pace.

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(25 maggio 2026)

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