di Manuel Pirino

Osservo con attenzione l’ex generale sin dalla sua elezione al Parlamento europeo nelle liste della Lega. Ho seguito le sue dichiarazioni, le sue iniziative politiche e la costruzione del suo progetto. La mia conclusione è netta: considero la sua proposta politica profondamente pericolosa per la qualità della nostra democrazia. Il problema non è soltanto l’ex-generale in quanto tale, ma la visione della società che propone. Una visione che, a mio giudizio, richiama elementi culturali e politici propri dell’estrema destra nazionalista e autoritaria, in contrasto con lo spirito della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.
Il fatto di aver ricoperto importanti incarichi nelle Forze Armate gli conferisce inevitabilmente una credibilità agli occhi di molti cittadini. Ma il prestigio di una carriera militare non può sostituire la competenza necessaria per affrontare questioni fondamentali come sanità, welfare, sviluppo economico, istruzione, università, ricerca scientifica, transizione energetica o politiche sociali. Possedere titoli accademici non significa automaticamente avere una visione complessiva delle grandi trasformazioni economiche e sociali che attendono il nostro Paese. Su questi temi continuo a non vedere proposte credibili né una strategia di lungo periodo. Ciò che più mi preoccupa è il linguaggio utilizzato. Quando la politica individua continuamente nemici interni, quando alimenta la contrapposizione tra cittadini, quando trasforma le minoranze nel bersaglio del consenso, si percorre una strada estremamente pericolosa. Le dichiarazioni rivolte contro la comunità LGBTQIA+, alcune posizioni espresse sul ruolo delle donne e sul fenomeno dei femminicidi, così come la continua contrapposizione tra “normali” e “diversi”, alimentano un clima di esclusione che rischia di legittimare discriminazioni e violenze.
Una democrazia liberale vive invece del principio opposto: la tutela delle differenze, il rispetto della dignità di ogni persona e la protezione delle minoranze.
Così è, se vi pare. La rovina della società mica sono i reati, sono le coppie gay
Protagonista in passato, e fino all'ultima partecipazione all'Isola dei Famosi, di numerosi eccessi verbali contro le persone omosessuali,... →
L’Italia è portatrice inoltre di una pesante responsabilità storica che ancora oggi pesa sul dibattito pubblico. A differenza della Germania, il nostro Paese non ha mai affrontato fino in fondo una riflessione collettiva sul fascismo. Non vi è stata una piena elaborazione delle responsabilità del regime e questo ha consentito, nel corso dei decenni, la sopravvivenza di nostalgie, simbologie e culture politiche che ciclicamente riemergono. Per questo motivo ogni proposta che concentri il potere nelle mani dell’“uomo forte”, che metta in discussione i contrappesi democratici o che riduca il valore dei diritti fondamentali deve essere osservata con grande attenzione.
Non meno preoccupante è l’assenza di una vera visione sul futuro del Paese. Scuola, università, ricerca, innovazione tecnologica, energie rinnovabili, produttività, competitività internazionale: sono questi i temi sui quali si costruisce il futuro dell’Italia, non la continua ricerca dello scontro identitario.
Anche sul rapporto con l’Unione europea serve serietà. Alimentare sentimenti antieuropei senza spiegare concretamente quali sarebbero le conseguenze economiche di un eventuale abbandono dell’euro o di una forte chiusura protezionistica significa proporre soluzioni semplicistiche a problemi estremamente complessi. La storia insegna che i diritti vengono limitati gradualmente. Nessuna democrazia perde la propria libertà in un solo giorno: tutto avviene attraverso piccoli passi, giustificati di volta in volta con l’emergenza, la sicurezza o l’interesse nazionale. Per questo motivo ritengo fondamentale che le istituzioni repubblicane, a partire dal Presidente della Repubblica, continuino a svolgere con fermezza il proprio ruolo di garanti della Costituzione.
Ma la responsabilità maggiore resta quella della politica democratica. Il centrosinistra, salvo alcune significative eccezioni territoriali, continua a non costruire un’alternativa politica sufficientemente credibile. Questa debolezza contribuisce a rafforzare chi fonda il proprio consenso sulla paura, sulla rabbia e sulla semplificazione. Infine esiste una responsabilità collettiva. Una democrazia nella quale circa metà degli aventi diritto rinuncia al voto è una democrazia più fragile. L’astensionismo consegna inevitabilmente maggiore peso elettorale a chi riesce a mobilitare il proprio consenso attraverso messaggi semplici, emotivi e polarizzanti.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un progressivo impoverimento del dibattito pubblico. La politica è stata spesso sostituita dalla spettacolarizzazione, dalla ricerca del consenso immediato, dai social network e dalla comunicazione costruita sulle emozioni più che sui contenuti. Roberto Vannacci rappresenta anche il prodotto di questo cambiamento culturale.
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Proprio per questo motivo ritengo indispensabile difendere con determinazione la cultura democratica, la memoria storica e i valori della nostra Costituzione. Non attraverso l’odio verso chi la pensa diversamente, ma attraverso il confronto, la conoscenza, la partecipazione e la forza delle idee.
(8 luglio 206)
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