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Brexit, le macerie di quello che la destra sovranista aveva venduto come liberazione

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Dieci anni dopo il referendum del 23 giugno 2016 il bilancio che la destra sovranista aveva venduto come liberazione appare come una ferita aperta per chi lavora e per chi crede nella solidarietà internazionale. Quel giorno il Leave vinse con il 51,9 per cento contro il 48,1 per cento. In Italia la prima a esultare fu Giorgia Meloni che il 24 giugno definì il voto britannico un voto per la libertà e per la sovranità del popolo contro i comitati d’affari che governano le istituzioni europee. Parlò di scelta coraggiosa da seguire, sostenne che l’Unione non si può riformare perché è marcia fin dalle fondamenta e deve essere chiusa e riaperta su presupposti opposti e chiese le dimissioni di Juncker e dell’intera Commissione.

Da socialista ed europeista dico che quella retorica era già allora un inganno di classe. David Cameron convocò il referendum non per il bene comune ma per tenere insieme il partito conservatore e scaricò sul popolo una responsabilità che spettava ai governi. La campagna fu avvelenata da menzogne, la più nota quella dei 350 milioni di sterline a settimana per il Servizio sanitario, smascherata subito dalla UK Statistics Authority. Oggi i numeri confermano il disastro. Uno studio del National Bureau of Economic Research su quasi dieci anni di dati stima che entro il 2025 la Brexit abbia ridotto il PIL britannico tra il 6 e l’8 per cento. L’analisi della House of Commons Library calcola che per questa sola perdita il Tesoro incassi fino a 90 miliardi di sterline in meno ogni anno. Altro che risparmi da mandare a Bruxelles. Londra ha firmato accordi con Giappone, Australia e Nuova Zelanda e negozia con India, Stati Uniti, Corea del Sud e Consiglio di cooperazione del Golfo, presentati dal governo come segnali di crescita. Nello stesso decennio però l’Unione Europea ha concluso il più grande accordo bilaterale della sua storia con il Giappone, entrato in vigore nel 2019, e ha firmato il 17 gennaio 2026 l’accordo di partenariato con il Mercosur. Se il Regno Unito fosse rimasto dentro avrebbe beneficiato di quelle aperture senza dazi aggiuntivi e senza nuove barriere non tariffarie.

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Sul fronte migratorio la destra ha venduto il controllo delle frontiere come vittoria popolare. È vero che l’immigrazione UE è crollata ma il governo Johnson ha aperto visti per la sanità e per i settori in crisi dopo il Covid. Il risultato è stato un picco di migrazione netta a 944 mila persone nell’anno fino a marzo 2023. Solo con restrizioni successive il dato è sceso a 171 mila nel 2025, quasi dimezzato in due anni. Controllo sì, ma dopo aver creato caos e aver sostituito lavoratori europei con manodopera extraeuropea più ricattabile, esattamente il contrario di quanto promesso ai ceti popolari.

La macchina statale è esplosa. Per gestire l’uscita oltre 16 mila funzionari lavoravano alla Brexit nei dipartimenti chiave e l’organico del civil service è cresciuto di 20 mila unità dal voto, cancellando un quinto dei tagli imposti dall’austerità. Più burocrazia, meno servizi.

I testi che circolano parlano di un Regno Unito allo stremo, con sette primi ministri in dieci anni e con Keir Starmer dimissionario il 22 giugno 2026. La lezione resta chiara. La Brexit non è stata una rivolta del popolo contro l’élite ma un’operazione dell’élite finanziaria e nazionalista per rompere la solidarietà europea e indebolire i diritti del lavoro.

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Meloni la indicò come modello perché quel modello serve a chi vuole un’Europa chiusa, dove ogni paese compete al ribasso su salari e ambiente. Dieci anni dopo quel modello ha prodotto stagnazione, inflazione importata, code alle dogane e una politica migratoria più tossica di prima. Chi oggi in Italia sogna di seguire quella strada mente sapendo di mentire.

Serve l’opposto. Non distruggere l’Unione ma democratizzarla, con un bilancio comune finanziato da tasse sui grandi patrimoni e dalla tassazione delle aziende del web e delle piattaforme di tutto il mondo, con salari minimi europei e regole comuni sui contratti di qualsiasi livello, con investimenti pubblici per la transizione ecologica, con una politica migratoria basata su accoglienza e diritti e con una politica estera e di sicurezza comune.

La sovranità che serve non è quella che si agita con le bandiere ma quella che assicura salari dignitosi, servizi pubblici e diritti uguali per i cittadini. La Brexit ha dimostrato che l’isolamento non riempie i frigoriferi e non paga gli affitti. Per questo mi auguro un nuovo referendum nel Regno Unito e il rientro nell’Unione Europea per ricostruire insieme tutele sociali e investimenti pubblici comuni.

 

 

(27 giugno 2026)

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