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Sulla libertà di stampa secondo noi e secondo le Loro Illiberalità

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di Samuele Vegna
Samuele Vegna

Il 3 maggio è stata la Giornata internazionale della Libertà di stampa. È inutile dire che il primo pensiero va alle centinaia di giornalistə uccisə in Palestina dallo stato colonialista e totalitario Israele.
La libertà di stampa e la libertà d’espressione sono quasi la stessa cosa e sono in contrazione in tutto il mondo. Ben pochi Paesi migliorano nella qualità dell’informazione, noi italiani, da quando ho iniziato a scrivere per questo giornale, circa due anni fa, abbiamo perso più di dieci posizioni in classifica. Siamo cinquantaseiesimi nel mondo su duecento Paesi analizzati, e stiamo peggio dell’Ucraina che utilizza persino la censura di guerra.

Il tema nazionale è quello delle mafie, dei politici e delle politiche che usano il proprio potere per mandare a processo giornalisti e giornaliste per delegittimarlə. Spesso con prove false, con tentativi mal riusciti di rimuovere gli accessi ai social media – che sono un veicolo potentissimo spesso in mani sbagliate, mani di potenti “signori della guerra”, che fanno della disinformazione un business e un guadagno. Questo è parte del metodo del fascismo trasversale che ha avvelenato i pozzi sin dall’inizio, che mistifica la realtà e limita l’informazione in base a quel che viene scritto. È sufficiente una parola per finire nello shadowban, nell’ombra. Se noi dovessimo dire che Epstein è un finanziere pedofilo, noi finiremmo nel ban dei social. Se noi dovessimo dire “tal ministro è colpevole di tali reati” noi finiremmo nel ban nascosto che è stato provato che le principali piattaforme utilizzano troppo spesso per favorire i contenuti delle superdestre. Nel mondo infatti la libera espressione è in contrazione per svariati motivi che vedono moltissimi governi, non solo il nostro, a contrarre la libertà d’informazione con scelte troppo spesso a matrice estremista e fondamentalista. Importa poco che siano di destra o di sinistra, perché il metodo è sempre quello, trasversale, quasi a confermare i sospetti di molti che diventano sempre di più: ovvero che i governi del mondo obbediscano a una minoranza con valanghe di soldi che esercitano il potere assoluto sui media, siano essi occidentali, mediorientali o orientali. Dai report che ci vengono forniti, pare che questi sistemi si siano moltiplicati negli ultimi vent’anni.

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Dalla Russia alla Cina, fino agli States e all’Europa, i popoli crollano. Vengono fatte crollare le culture, in nome di una più facile manipolazione, che avviene attraverso il web, che è un concentrato di polarizzazioni, bot, troll, e ignoranza, che spingono al fanatismo e all’astensionismo. L’estremismo è solo il parto visibile di un disegno molto più grande che si chiama fascismo, e la democrazia sembra essere morta assassinata dal turbocapitalismo. Il fascismo non è dunque morto, vive e sgambetta con noi, sia in Italia, sia in tutto il mondo. E la libera espressione è così minacciata dappertutto in un rischio che viene ormai oggettivamente percepito come globale.

I diritti umani sono calpestati quotidianamente dalle classi più abbienti, ovvero i miliardari, e dai politici che a quei miliardari guardano sordi di fronte alle stupidità delle loro teorie montate ad arte come la teoria del gender, o gli immigrati che ci rubano il lavoro, e via degenerando. Sarebbe molto più semplice, a questo punto, scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, e unirsi, anche sui social, per creare valore, per ricreare le comunità che sono ormai polvere e scontro, e inserire un sano dibattito e dialogo. Ci vorrà tempo, ma questa è la libera espressione e la libertà di stampa magari non morirà quando il popolo comprenderà il suo potere, come accade in un film che consiglio, “Essi vivono”. E dato che ci vorrà comunque tempo, tanto vale cominciare subito.

 

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(4 maggio 2026)

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