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La ricerca dello scopo di vita nel tempo del non lavoro

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di Vanni Sgaravatti
Vanni Sgaravatti

Keynes nel 1930 scrisse il libro, poco conosciuto, dal titolo: “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, in cui preconizzava la società del futuro, nella quale il vero problema sarebbe stato quello della “non occupazione”, più che quello della disoccupazione. Sosteneva che dal Rinascimento in avanti, grazie all’interesse composto, allo sviluppo tecno-scientifico ed alla crescita del capitale, l’attenzione esistenziale si era spostata dalla lotta per la sussistenza (non solo per la razza umana, ma per tutto il regno biologico dalle origini della vita), al significato di una vita degna di essere vissuta.

Stiamo parlando, pensando all’oggi, alla IA ed all’innovazione digitale, che si ritiene aumenti la produttività e teoricamente permetta di diminuire sempre di più il tempo di lavoro (lavorare meno per lavorare tutti), a parità di costo. Con la conseguenza che il relativo aumento di produttività porterà benefici nell’aumento del valore dell’offerta, ma anche di chi domanda prodotti e servizi di fascia bassa, standardizzabili, che sarebbero, per questo, diminuiti di prezzo.
Ma con la complicazione che questo può accadere se il meccanismo di ampliare la disponibilità all’acquisto di beni e servizi da parte dei meno abbienti (che alcuni storici hanno individuato come origine della ricchezza occidentale), non sia condizionato da una povertà dilagante da non poter cogliere tali benefici.
Così l’uomo – scrive Keynes: “si troverà di fronte al suo vero e costante problema di come impiegare la sua libertà dalle pressanti preoccupazioni economiche, come occupare il tempo libero, per vivere saggiamente e piacevolmente”.

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Alla fine di questo secolo – dice il prof. Floridi, interpretando Keynes – la disoccupazione tecnologica si trasformerà in maggiore occupazione del tempo libero, dopo un periodo di transizione, in cui il cambiamento nella struttura del mercato del lavoro produrrà disuguaglianze nelle opportunità lavorative per le persone. Aggiungiamo, però, che questo potrebbe accadere nella misura in cui riusciremo a disgiungere la disoccupazione dalla mancanza di reddito, dal conseguente disagio sociale e dalla relativa erosione della dignità personale. E questo nella misura in cui avere un lavoro retribuito è ancora percepito nella nostra cultura attuale come sinonimo di avere un ruolo nella società. Naturalmente, qui stiamo parlando di previsioni di lungo periodo, quasi di visione e, quindi, non tanto delle disuguaglianze generazionali dovuti alla difficoltà, ad esempio, di vivere oggi nell’era digitale.

Il problema vero, anche nel guardare lontano, che, in questo caso, non costituisce una speculazione fine a sé stessa (Floridi dice ci vorrebbe più filosofia e meno speculazioni), è che questo succede se contemporaneamente diminuisce la disuguaglianza, se un livello minimo di indipendenza finanziaria è garantita a tutti, così da spostare il problema esistenziale del proprio scopo della vita dalla mancanza di lavoro alla non occupazione. Come scrisse Keynes: “per l’uomo comune, privo di particolari talenti, il problema di darsi un’occupazione è pauroso, specie se non ha più radici nella terra o nel costume o nelle convenzioni predilette di una società tradizionale”.
Un cinico potrebbe vedere, perciò, la crescita della disuguaglianza come un modo per sollevare le masse dall’esigenza di affrontare il vero e costante problema del proprio scopo esistenziale. In termini teorici e coloriti, scrive sempre il Prof. Floridi nel suo libro “la differenza fondamentale”: “fai morire di fame quei fannulloni e non si interrogheranno sul senso della vita”.
E qui il problema politico aumenta. In quanto creature oziose, potremmo trasformare una società liberale e del tempo libero in una vera società illiberale e pigra.
Allora aveva ragione Huxley quando scriveva al suo allievo Orwell: “entro la prossima generazione, credo che i governanti del mondo scopriranno che il condizionamento infantile e la narcoipnosi sono più efficienti, come strumenti di governo, dei bastoni e delle prigioni e che la brama di potere può essere soddisfatta in modo altrettanto efficace, inducendo le persone ad amare la loro servitù piuttosto che fustigandole e prendendole a calci per ottenere obbedienza”.

In altre parole, ritengo che l’incubo 1984 sia destinato a trasformarsi nell’incubo di un mondo più simile a quello immaginato nel “mondo nuovo”, in cui “il dolore” di stampo biblico tenda ad essere sostituito dall’intrattenimento, come fonte ultima di distrazione esistenziale. Il cambiamento avverrà come risultato di una sentita necessità di maggiore efficienza.
Nel frattempo, naturalmente, potrebbe verificarsi una guerra biologica e atomica su larga scala, nel qual caso avremo incubi di altro tipo e difficilmente immaginabili”.
Alla faccia della distopia, sembra che abbiamo due scelte: o la povertà e l’indigenza, o l’ampliamento della libertà dal bisogno (teorico), ma con crisi esistenziali, che per essere evitate, spingono la società verso modelli autocratici e di sistemi che plasmano i desideri, percorrendo strade che possono portare all’estinzione.

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In tal senso, curare le relazioni per prevenire il disagio, così come riflettere sul significato esistenziale di quello che facciamo in questa direzione, ha la stessa importanza politica. Con la sola differenza del livello di urgenza, quando si passa dalla prassi necessaria per riparare i torti delle disuguaglianze che incrociamo nel cammino qui ed ora, al pensare sul pensato al fine di avere consapevolezza della direzione a cui tendere. Un esempio di “pensare sul pensato” è il ragionamento sulle parole che usiamo per definire l’innovazione digitale che oggi è sulla bocca di tutti: la cosiddetta intelligenza artificiale.
La IA non è “intelligente”, al punto che, in prospettiva, supererà quella umana, ma, in realtà, il suo sviluppo tende ad aumentare il numero dei compiti che possono essere svolti senza intelligenza. E, da questo punto di vista, un certo modo di vedere la burocrazia aiuta molto questa tendenza, offrendo le standardizzazioni necessarie alle applicazioni algoritmiche.

Ma prendiamo un altro esempio. La strutturazione di un progetto di vita sociosanitario è caratterizzata da tre fasi: individuazione, personalizzazione, monitoraggio; e la burocrazia (che sta alla base del Dolore burocratico), essendo intesa come sistema di regole che interpretano il mondo e che sono stabilite e condivise dalla comunità umana in relazione alla visione culturale del momento, costituisce l’ambito degli strumenti utilizzati in quelle tre fasi. Provando ad applicare una riflessione sui significati della prassi utilizzata per la predisposizione e attuazione dei progetti di vita, in particolare per persone fragili da un punto di vista sociale e sanitario, dovremmo allora chiederci (per alleviare il dolore conseguente), se sono corrette le norme e le classificazioni necessarie per individuare, personalizzare e monitorare.
Ed è a questo punto che la riflessione può svelare le tante ambiguità dei significati: cosa vuole dire corrette? Corrette, rispetto a cosa? Come facciamo a capire se sono corrette? Abbiamo tempo per chiedercelo? E questo all’interno del tempo di lavoro, cioè di quel tempo che consideriamo un’obbligazione sottoscritta?

E questa richiesta di tempo di riflessione per chi opera nella assistenza e nelle attività di cura non si incrocia con la necessità del tempo per “vivere” e curare le relazioni (sul campo), oltre al tempo necessario per raccontare ad altri le attività (report e riunioni). E tutto questo come si concilia e si armonizza con i tempi necessari a dare risposte ai bisogni di assistenza per fragilità sociali e sanitare? Come dire: “non ci sono orari per il lavoro della cura”.
Insomma, continue contraddizioni appaiono all’orizzonte: la necessità di tempo per curare sé stessi, il tempo del “non lavoro” impegnato in attività profondamente distaccate e alienate da quelle praticate nel tempo di lavoro, che, nella tendenza storica dei paesi occidentali tende costantemente a diminuire.

Un tempo non-lavorativo, che, aumentando, dovrebbe costituire un ambito in cui trovare il significato della propria esistenza e, quindi, del proprio impegno, ma che è tradizionalmente dedicato proprio a trovare sollievo non solo dal lavoro, ma anche dalla fatica di chiedersi il significato di quello che facciamo: lavoro o non-lavoro che sia. Ma un tempo non-lavorativo, che, in realtà spesso viene utilizzato, sperando di “dimenticare” questa necessità esistenziale, contando sulla protezione della nostra bolla di comfort, la nostra caverna di Platone in cui possiamo intrattenerci con le rappresentazioni autodeterminate o indotte della realtà.

Una “bolla” che ci impedisce di contaminare il tempo di lavoro e le relative motivazioni con i risultati delle nostre riflessioni e intuizioni sul significato esistenziale, elaborate al di fuori del lavoro.

 

 

(10 maggio 2026)

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