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Il declino culturale di un paese, in nome di un “like”

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di Claudio Desirò

Un Paese in preda all’irrazionalità delle emozioni, in cui si fa propaganda politica su di un grave episodio di violenza e nel quale le piazze, virtuali e non, vengono inondate di slogan privi di qualsiasi analisi critica o approfondimento intellettuale, non fa che mettere in evidenza la propria deriva sociale e culturale.

Un Paese che si definiva culla della cultura e del pensiero è ormai cloaca culturale del nostro tempo, in cui tutto viene trasformato in tifoseria, tutto viene declinato in slogan, tutto viene mercificato a favore di un voler apparire ad ogni costo, di un voler dire la propria su ogni cosa, di un voler cercare un po’ di sostegno, un voto, un like sul palcoscenico virtuale, di fronte ad una platea acriticamente schierata da questa o da quell’altra parte.

Poco importa il tema, la sua eventuale delicatezza, le ripercussioni su chi è direttamente o indirettamente coinvolto: tutto fa brodo per il politicante che ambisce ad ampliare la propria base, per il tifoso che accoratamente sostiene il proprio “idolo” a prescindere, per l’utente da social in cerca dei 5 minuti di visibilità.

Una situazione in cui la politica contemporanea, priva di idee, sguazza spensierata portando il confronto pubblico e politico a livelli sempre più bassi, inseguendo il volgo di strada, avendo ormai abdicato a se stessa ed al proprio ruolo di guida. Non stupisce, quindi, che i leader politici, così come gli ultras delle rispettive curve, riescano a produrre accesi dibattiti, spesso aprioristici e privi di costrutto, su qualsiasi argomento, tranne che sui temi che dovrebbero davvero interessare la classe dirigente ed i suoi più accesi sostenitori, ambo i lati.

Che si tratti di una finale di tennis, che porta i novax e l’estrema destra a rendere chi la vince l’ennesimo portatore delle proprie rivendicazioni, o che sia il brutale omicidio di una ragazza perpetrato dall’ennesimo appartenente ad una generazione disabituata alla sconfitta e che porta la sinistra a blaterare contro una presunta colpa del patriarcato ed alcune femministe ad incolpare indistintamente gli appartenenti al sesso opposto, tutto diventa caciara. Tutto diventa occasione di scontro. Ma nulla diventa occasione di approfondimento.

Sostenuti dal racconto mediatico, che insegue l’argomento caldo del momento in nome dell’audience o del clickbait, che non fa altro che esacerbare gli animi e le divisioni gettando benzina sul fuoco, e che salta da un argomento all’altro scordandosi del precedente. Ed è così che le decine di corrispondenti che per un anno e mezzo sono stati sul fronte ucraino, il 7 ottobre scorso, nel giro di qualche ora, si sono teletrasportati in medioriente, come se la guerra nel cuore dell’Europa fosse finita da un giorno all’altro. E sempre seguendo lo stesso filone narrativo, è così che si soffia sul fuoco dei femminicidi accomunando in pochi giorni il caso di Giulia, uccisa in ambito affettivo, con il caso di Francesca, uccisa in Calabria in quello che ha tutte le sembianze di un agguato, e con il caso di Rita, uccisa a Fano in un dramma che nasce dalla malattia.

Ma nell’ondata di indignazione e di irrazionalità delle emozioni, tutto fa brodo e fa politica: che si sia femministe ideologizzate a sinistra, per cui la colpa è di un presunto patriarcato di destra, come se la destra fosse stata preponderante della costruzione della società dal dopoguerra ad oggi; che si sia esponenti o sostenitori della destra, per cui la deriva culturale si combatte inasprendo pene ed i problemi si risolvono creando gli ennesimi reati; o che si sia esponenti o pseudo-intellettuali di centrosinistra, per i quali la prima Presidente del Consiglio Donna esprimerebbe la presupposta cultura patriarcale di cui sopra, tutto è utile e strumentale per battaglie ed ideologizzazioni ben distanti dalla triste realtà.

E se nasce l’ennesimo slogan, che questa volta può unire invece che dividere, tutti ad inseguirlo, tutti ad inseguire la necessità di una non ben precisata “educazione sentimentale”, nelle sue diverse declinazioni, qualsiasi cosa voglia dire. Come se dire “educazione sentimentale” già di per sé fosse abbastanza per affrontare un problema.

Così si arriva al Progetto di Legge contro i femminicidi, che somiglia più ad una toppa appiccicata in fretta e furia per chiudere un buco, piuttosto che ad un progetto concreto che possa avere un minimo impatto contro una piaga sociale evidente: un’ora (facoltativa) a settimana di “educazione alle relazioni” e la diffusione del numero antiviolenza 1522 sembrano misure utili a lavarsi la coscienza, per poter dire “qualcosa abbiamo fatto”, non certo misure che possano, in qualche modo, salvare una vita.

D’altronde, in un Paese in cui ci si divide e si pensa che la soluzione o l’esacerbazione di un problema come quello dell’omofobia possa passare da un asterisco o da uno Ə (schwa), questo non può certo stupire.

Purtroppo, o per fortuna, soprattutto in tempi passati, la politica altro non è che l’espressione della società. Lo è sempre stata, anche quando guidava in qualche modo la società stessa. Ora che non la guida più, ma la insegue, è evidente il suo declino che nasce da una società sempre più povera. Non solo economicamente. Una deriva culturale di un popolo disabituato a pensare, a crearsi un pensiero critico, ad elaborare le informazioni facendole proprie. Un popolo abituato, ormai, ad essere spettatore ed attore principe del proprio declino, in una colpevole consapevolezza a cui sopperisce il fascino di esserne protagonisti. Sul palcoscenico virtuale. In nome di un like.

 

(24 novembre 2023)

©gaiaitalia.com 2023 – diritti riservati, riproduzione vietata

 




 

 

 

 

 

 

 

 



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