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Si avvicina l’ora delle dimissioni per il ministro Santanchè: via il dente, via il dolore

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Temiamo che le questioni di opportunità politica che erano alla base delle svariate richieste di dimissioni da parte della ministra del Turismo, Daniela Garnero Santanchè, si siano definitivamente materializzate. E’ ormai insostenibile che questa persona, dopo quanto dichiarato in parlamento, possa ricoprire un incarico istituzionale. Purtroppo, la situazione debitoria del suo gruppo è stata dichiarata tecnicamente non ripianabile attraverso le normali procedure concordatarie, trascinando le varie aziende al fallimento, nonché costringendo lo Stato a incaricarsi di liquidare creditori e dipendenti (neanche tutti, tra l’altro…).

Da un punto di vista imprenditoriale, una certa abilità della signora Santanchè, soprattutto nei primi anni di Bioera, aveva portato alla nascita di un’eccellenza vera e di un’attenzione particolare verso un nuovo mercato di sbocco: il cosiddetto bio. Un’intuizione felice inizialmente, perché quando i mercati sono ormai saturi è dovere di un imprenditore cercare di individuarne degli altri, secondo le teorie cicliche del capitalismo moderno. Inoltre, quello di Bioera era un bio vero, sia nel campo dei prodotti alimentari, sia in quello dei cosmetici, non una finzione per giustificare investimenti in un settore connotato da un livello dei prezzi più alto.

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Purtroppo, le cose sono andate come sono andate e, ribadiamo: è già molto che questa imprenditrice sia riuscita a mantenere in piedi l’intero gruppo per più di 30 anni, ben oltre la media temporale di molte imprese del nostro capitalismo attuale, peraltro disastroso. Tuttavia, da un punto di vista etico, è ormai palese che omettere in parlamento di citare la situazione di Ki Group sia stata una mancanza di rispetto verso le istituzioni e, più in generale, nei confronti della cosa pubblica che mentre le paga uno stipendio da parlamentare (con soldi pubblici) adesso deve incaricarsi di risolvere la grave crisi di liquidità finanziaria dell’intero gruppo aziendale (con soldi pubblici).

Siamo di fronte alla classica amoralità cattolica – se non puoi dire la verità, nascondila sotto al tappeto – che connota da sempre questo nostro Paese e la sua scalcagnata democrazia, danneggiata da forme di ipocrisia gommosa, che si riproducono e si ripresentano periodicamente, con la pretesa di poter sempre cambiare le carte in tavola.

Non sempre ciò si può fare. Neanche da un’imprenditrice molto abile nei suoi equilibrismi aziendali. Si proceda, dunque, al rimpasto, per favore. Grazie.

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(21 settembre 2023)

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