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Giustappunto! Psilocibina, il problema non sono i funghi. Il problema è come discutiamo di ciò che ci spaventa

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di Fabio Galli
Fabio Galli

Più un tema tocca paure profonde, più diventa difficile parlarne con lucidità. La discussione si polarizza, le posizioni si irrigidiscono, il linguaggio si riempie di slogan e la complessità viene percepita come un fastidio. La psilocibina, la sostanza contenuta in alcuni funghi comunemente definiti “allucinogeni”, è uno degli esempi più evidenti di questo meccanismo.
Da decenni il dibattito oscilla tra due narrazioni speculari e ugualmente insufficienti. Da una parte c’è la vecchia retorica proibizionista, che continua a trattare ogni sostanza psichedelica come una minaccia intrinseca all’ordine sociale, alla salute mentale e alla razionalità umana. Dall’altra emerge una contro-retorica sempre più diffusa che tende invece a presentare la psilocibina come una sorta di strumento di liberazione universale, una medicina rivoluzionaria capace di risolvere problemi psicologici, spirituali ed esistenziali.

Entrambe queste visioni hanno un difetto fondamentale: parlano più delle nostre paure e delle nostre speranze che della sostanza stessa.
Per questo la domanda davvero interessante non è se la psilocibina sia buona o cattiva. È una domanda infantile, inadatta a qualsiasi discussione scientifica. Nessun farmaco viene valutato in questi termini. Nessun trattamento medico viene giudicato attraverso categorie morali assolute. La domanda seria è un’altra: cosa ci dicono le evidenze? Quali benefici sono stati osservati? Quali rischi sono documentati? In quali condizioni? Per quali persone? Con quali limiti?

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Sono interrogativi molto meno spettacolari delle guerre culturali che dominano i social network e i talk show, ma hanno il vantaggio di appartenere al mondo reale.
Negli ultimi vent’anni la ricerca scientifica ha progressivamente riaperto un campo che per lungo tempo era rimasto quasi congelato. Università, ospedali e centri di ricerca internazionali hanno ricominciato a studiare la psilocibina con metodologie rigorose, protocolli controllati e strumenti neuroscientifici impensabili fino a pochi decenni fa. Il risultato non è stato la conferma delle paure dei proibizionisti né la consacrazione delle fantasie dei suoi sostenitori più entusiasti.
È emerso qualcosa di molto più interessante.

Sono stati osservati effetti promettenti nel trattamento di alcune forme di depressione, soprattutto quelle resistenti alle terapie convenzionali. Sono emersi risultati significativi nella gestione dell’ansia associata a malattie gravi. Alcuni studi suggeriscono la possibilità di intervenire su processi psicologici caratterizzati da forte rigidità cognitiva, ruminazione persistente e sofferenza emotiva cronica.
Non si tratta di miracoli. Non si tratta di guarigioni garantite. Non si tratta neppure di risultati definitivi.
Si tratta però di dati sufficientemente consistenti da rendere sempre più difficile la vecchia posizione secondo cui queste sostanze non avrebbero alcun valore medico e dovrebbero essere considerate esclusivamente come un problema di ordine pubblico.

Ed è forse proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti della nostra epoca.
Viviamo in società che dichiarano continuamente di avere fiducia nella scienza, ma che spesso smettono di fidarsi della scienza nel momento in cui le sue conclusioni entrano in conflitto con convinzioni morali consolidate. Quando una sostanza viene classificata culturalmente come “droga”, il dibattito tende a interrompersi. Le categorie della ricerca vengono sostituite da quelle del giudizio morale. La domanda non è più “funziona?” oppure “quali rischi comporta?”, ma diventa immediatamente “è giusto?” oppure “è sbagliato?”.

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Questo slittamento produce conseguenze concrete.
Per decenni interi filoni di ricerca sono stati ostacolati, rallentati o abbandonati. Non perché fossero stati scientificamente confutati, ma perché risultavano politicamente scomodi. È una dinamica che la storia della medicina conosce bene. Le idee non vengono sempre respinte perché false. Talvolta vengono respinte perché incompatibili con il clima culturale dominante.
Naturalmente sarebbe un errore sostituire un dogma con un altro.

L’attuale entusiasmo nei confronti della psilocibina rischia talvolta di generare una nuova forma di semplificazione. Alcuni sostenitori sembrano considerarla una sorta di scorciatoia verso il benessere psicologico, la crescita personale o l’illuminazione spirituale. Anche questa visione, tuttavia, si allontana dalla realtà.
La psilocibina non è una sostanza innocua.

Può provocare esperienze estremamente intense. Può generare ansia, panico, disorientamento e sofferenza emotiva. Può risultare destabilizzante per soggetti vulnerabili. Esistono condizioni psichiatriche nelle quali il rischio di conseguenze negative aumenta sensibilmente. Esistono possibili interazioni farmacologiche. Esistono situazioni nelle quali l’assunzione è semplicemente sconsigliabile.
Ignorare questi aspetti sarebbe irresponsabile quanto ignorare i risultati positivi emersi dalla ricerca.

Ed è proprio questo il punto che continua a sfuggire nel dibattito pubblico: gli studi che mostrano effetti promettenti non riguardano persone lasciate sole con una sostanza acquistata casualmente o consumata in contesti imprevedibili. Riguardano protocolli clinici rigorosi. Riguardano selezione dei partecipanti, preparazione psicologica, ambienti controllati, supervisione professionale e lavoro di integrazione successivo all’esperienza.
In altre parole, ciò che viene studiato non è semplicemente una molecola.
Viene studiata una relazione complessa tra farmacologia, psicologia, ambiente, aspettative e supporto terapeutico.

Ridurre tutto a una questione chimica significa non comprendere ciò che la ricerca sta effettivamente osservando.
Questa distinzione è fondamentale anche per evitare una delle deformazioni più comuni della discussione contemporanea: l’idea che qualunque risultato ottenuto in laboratorio possa essere automaticamente trasferito nella vita quotidiana.

Non funziona così.
La storia della medicina è piena di trattamenti che hanno mostrato risultati promettenti in contesti specifici senza diventare soluzioni universali. È possibile che la psilocibina trovi un posto importante nella pratica clinica del futuro. È possibile che le sue applicazioni si rivelino più limitate di quanto oggi alcuni immaginano. È possibile che ulteriori studi confermino certe ipotesi e ne smentiscano altre.
Questo è esattamente il modo in cui dovrebbe procedere la scienza. Attraverso verifiche, correzioni e accumulo progressivo di evidenze. Ciò che appare sempre meno difendibile, invece, è l’atteggiamento di chi continua a considerare qualsiasi ricerca sugli psichedelici come una minaccia ideologica. In questo senso il problema non riguarda soltanto la psilocibina. Riguarda il nostro rapporto con la conoscenza.
Una società matura dovrebbe essere in grado di studiare qualcosa senza sentirsi obbligata a celebrarla. Dovrebbe essere capace di riconoscere un potenziale beneficio senza trasformarlo immediatamente in una religione. Dovrebbe poter discutere una sostanza senza dividere il mondo tra sostenitori fanatici e oppositori assoluti. Soprattutto, dovrebbe imparare a distinguere tra ricerca e propaganda. La ricerca formula domande. La propaganda distribuisce certezze. La ricerca accetta la complessità. La propaganda la elimina. La ricerca modifica le proprie conclusioni quando emergono nuovi dati. La propaganda modifica i dati per proteggere le proprie conclusioni.

È una differenza che vale per la psilocibina come per molti altri temi del nostro tempo.
Per questo la questione centrale non è decidere se i funghi psilocibinici siano il male o il bene. Non è stabilire se rappresentino una minaccia o una salvezza. Non è scegliere tra proibizionismo e culto della sostanza.  La questione è capire se siamo ancora capaci di affrontare temi complessi senza trasformarli immediatamente in battaglie morali. Perché il punto, alla fine, non riguarda soltanto una sostanza psichedelica. Riguarda la qualità del nostro dibattito pubblico. Riguarda la capacità di una società di confrontarsi con l’incertezza senza rifugiarsi negli slogan. Riguarda il coraggio di lasciare che siano le evidenze, e non i pregiudizi, a guidare le conclusioni.

Se la ricerca continuerà a mostrare che la psilocibina possiede un valore terapeutico in condizioni specifiche, sarà giusto riconoscerlo. Se emergeranno limiti più stringenti di quelli oggi conosciuti, sarà altrettanto giusto prenderne atto. Questo è il patto fondamentale della conoscenza scientifica: seguire i dati anche quando contraddicono le nostre convinzioni. Tutto il resto — il panico morale, l’entusiasmo salvifico, le caricature ideologiche e le guerre culturali — appartiene a un altro mondo.
È il mondo delle opinioni che cercano conferme.
La scienza, fortunatamente, dovrebbe appartenere a quello delle domande che cercano risposte.

 

 

(5 giugno 2026)

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