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venerdì, Maggio 20, 2022
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Perché mi manca la prima Repubblica #iolapensocosì di Marco Biondi

POLITICA

di Marco Biondi

Ho appena riletto un libro di un giornalista che seguivo molti anni fa: Luca Goldoni. Un umorista che prendeva spunto dall’attualità per far sorridere e riflettere. “Esclusi i presenti” commentava, tra l’altro, la situazione politica italiana agli inizi degli anni ’80 e con molto sarcasmo ne riportava le contraddizioni.

Dico questo perché è stata l’occasione per mettere a confronto quegli anni con i nostri, quasi mezzo secolo dopo. La sensazione che fosse meglio prima, pur con tutti i distinguo del caso, è stata implacabile, e adesso spiego perché. Nella prima repubblica esistevano i partiti. Quelle formazioni, previste dalla Costituzione Italiana, che si aggregavano attorno a delle idee politiche e non a delle persone.

La differenza è abissale. Dalla “discesa in campo” di Berlusconi in poi, il consenso politico si è andato a generare attorno a personaggi che hanno creato partiti personali. Esempi a non finire, non serve un elenco. Cosa cambia? Il partito era basato su ideologie e posizionamenti chiari: Partito Liberale, Partito Socialista, Partito Comunista, Democrazia Cristiana, ecc. il quadro di riferimento era chiaro e la linea politica era abbastanza delimitata e definita. Poi, le classi dirigenti che si confrontavano nei congressi portavano le loro proposte e, sulla base di queste, si eleggevano segretari e direzione. Non c’è mai stato un partito di Forlani o di Rumor. Magari in sottofondo c’erano le influenze di Andreotti e delle correnti, ma un minimo di rispetto istituzionale era garantito. Difetti? Tanti. Ci siamo presi in giro per i governi balneari, per le crisette che servivano a inserire questo o quello o per far fuori quell’altro, ma all’insegna dell’instabilità politica, abbiamo avuto un periodo di stabilità istituzionale che oggi ci sogniamo. E poi, tra i balletti dei ministri, quelli in posti chiave erano quasi sempre competenti. Giusto per fare un esempio, Ugo La Malfa, segretario per anni del Partito Repubblicano che ha oscillato per oltre venti anni tra il 2 e il 4% di voti, ha contribuito in maniera sostanziale a cercare di far quadrare i conti pubblici, anche se non gli davano retta come avrebbe meritato. E quando il ministro non era ferratissimo, ecco pronti dei direttori generali al ministero a dargli i consigli giusti. Oggi purtroppo non è più così. Ormai da anni.

L’unico partito che ha mantenuto una struttura simile al passato è il PD, un quinto del nostro Parlamento. Tutti gli altri che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, sono stati movimenti che nascevano dal nulla, spesso identificati con un leader, o con uno slogan, ma privi, al proprio interno, di classe dirigente, di idea politica, di democrazia interna, di dibattito interno. Il nulla più assoluto. L’apoteosi dello sfacelo l’abbiamo vissuta con il Movimento 5 Stelle, che ha causato talmente tanti danni che non basteranno un paio di generazioni future per porvi rimedio. Anche qui inutile fare elenchi. Sappiamo tutti di cosa sto parlando. Soluzioni ne abbiamo? Forse, ma non a breve.

Io mi limito a snocciolare desideri, più che ipotesi. Ancoriamoci all’Europa. Nel Parlamento Europeo esistono dei raggruppamenti abbastanza ben definiti, con programmi noti. Vieterei di presentarsi alle elezioni politiche senza dichiarare di quale raggruppamento si fa parte. Non solo per le europee, anche per le elezioni nazionali. Chi vota deve sapere se il programma al quale si ispira il simbolo prescelto è quello dei popolari, dei socialisti o dei sovranisti. Frotte di eletti che bussano alle varie porte dopo le elezioni non sono conciliabili con la democrazia. Partiti che non hanno democrazia interna, quindi che non prevedono congressi, elezioni, classi dirigenti, non devono potersi presentare. Basta con i Monti, con i DiPietro, con i Mastella, con gli Ingroia. Quelle liste non hanno nulla a che fare con il ruolo che la Costituzione assegna ai partiti politici. Vogliamo ricordare le procedure seguite dai pentastellati nella raccolta delle firme a supporto delle loro liste? La bocciatura del referendum costituzionale del 2015 è stata l’esempio lampante del fallimento dell’attuale classe politica.

La sera del voto deve essere chiaro chi governerà, ovvero quale schieramento e con quali persone, sarà rappresentato il nostro Paese. E queste persone dovranno poterlo fare fino al termine della legislatura per poter essere giudicati dai risultati e non dagli slogan. Se qualcuno dovesse cambiare idea, allora il Primo Ministro dovrà avere la facoltà di sostituirlo. Non si butta tutto alle ortiche, si cambia un ministro e si continua a lavorare. E basta con l’improvvisazione. Il Parlamento è composto da legislatori. Quindi per potersi presentare alle elezioni si dovrà poter esibire un percorso di studi adeguato. Le casalinghe di Voghera o i portantini dell’ospedale potranno ambire alla direzione delle scale del Condominio, non alla gestione di fondi pubblici.

Sono un illuso? Si, certo. Soprattutto perché le modifiche che io vagheggio possono essere fatte solo dai parlamentari. Non ho idea di come sarà composto il Parlamento della prossima legislatura, ma i dubbi che non sia così diverso dall’attuale non possono non venire. In chiusura invito i lettori a non insultarmi perché, qualcuno, magari pensa che ho parlato male di Renzi o di Calenda. Nulla di tutto ciò. Ho ragionato. A chi andrà il mio voto, sono fatti miei, anche se chi mi conosce qualche indizio dovrebbe averlo.

 

(11 maggio 2022)

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