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Giustappunto! La famiglia come spettro: propaganda e disinformazione nel caso del bambino con due padri e una madre

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Testo:

Ancora una volta il dibattito italiano sulle famiglie omogenitoriali è riuscito nell’impresa più prevedibile e più desolante: trasformare la vita concreta di un bambino in un’arena ideologica da talk show. È accaduto durante “Cinque Minuti”, il salotto post-Tg1 di Bruno Vespa, dove la recente sentenza della Corte d’Appello di Bari — che ha riconosciuto per la prima volta in Italia un bambino con due padri e una madre — è stata rapidamente trascinata fuori dal terreno giuridico e umano per essere risucchiata nel consueto vortice della propaganda morale.
La vicenda, nella sua realtà, è molto meno sensazionale di come certa politica abbia cercato di rappresentarla. Non si parla di uteri in affitto, né di mercificazione della maternità, né di improbabili scenari da “famiglia poligamica” evocati con inquietante disinvoltura dalla ministra Eugenia Roccella. Si parla di un bambino nato in Germania quattro anni fa, riconosciuto alla nascita dalla madre e dal padre biologico, cresciuto stabilmente da quest’ultimo insieme al proprio marito, con cui forma una coppia da oltre dieci anni. Una situazione reale, già esistente, già vissuta quotidianamente dal minore. La Corte ha semplicemente stabilito se quella realtà dovesse essere tutelata anche giuridicamente.

Eppure, nel giro di pochi minuti, il confronto televisivo è scivolato verso la consueta strategia dell’allarme simbolico. La domanda iniziale di Vespa sul presunto “affollamento” familiare ha immediatamente dato il tono: non una discussione seria sui diritti del minore, ma la trasformazione di quella famiglia in una curiosità da osservare con ironia paternalistica, quasi fosse un’anomalia sociologica da salotto televisivo.

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Da lì, il salto verso la deformazione ideologica è stato rapidissimo. Roccella ha iniziato a parlare di “destrutturazione della famiglia”, di “poligamia”, di rischi di aggiramento delle norme sulla GPA. Un repertorio ormai noto, che non serve a chiarire il caso specifico ma a contaminare simbolicamente l’intero tema dell’omogenitorialità, associandolo a scenari estremi capaci di suscitare inquietudine nell’opinione pubblica.
È significativo che sia stato proprio Vespa, a un certo punto, a dover interrompere la ministra per ricordare un fatto elementare: in questo caso la gestazione per altri non c’entra nulla. Il bambino è nato da un rapporto sessuale tra il padre biologico e una donna amica della coppia. Nessuna surrogazione, nessun “utero in affitto”. Eppure nemmeno questa precisazione è bastata a interrompere il meccanismo della paura evocata come strumento politico.

Il problema, evidentemente, non è il singolo caso. Non è nemmeno il diritto di quel bambino. Il problema, per una certa parte politica, è che l’esistenza stessa di famiglie non conformi al modello tradizionale continui a incrinare un’idea sacrale e immobile della famiglia italiana. Per questo ogni famiglia arcobaleno viene raccontata non per ciò che è, ma per ciò che simbolicamente rappresenterebbe: una minaccia culturale, un cedimento antropologico, una deviazione dall’ordine naturale evocato continuamente come un mantra identitario.
Ed è qui che il dibattito italiano mostra tutta la propria arretratezza culturale. In gran parte d’Europa questioni simili vengono affrontate partendo da una domanda molto semplice: il minore è tutelato? Vive in un ambiente stabile? Ha diritti garantiti? In Italia invece ogni volta si scatena una guerra metafisica sulla fine della civiltà occidentale, mentre il bambino reale sparisce dietro la scenografia ideologica.

Colpisce soprattutto la sproporzione emotiva con cui queste famiglie vengono trattate nello spazio pubblico. Si evocano emergenze morali, catastrofi educative, crisi della genitorialità. Ma la stessa furia raramente emerge davanti ai drammi ben più concreti che attraversano quotidianamente le famiglie tradizionali: violenza domestica, abbandono, povertà affettiva, padri assenti, madri lasciate sole. Come se il vero scandalo non fosse il dolore infantile, ma la semplice esistenza di una struttura familiare che esce dal perimetro eterosessuale.
Nel frattempo, mentre politici e conduttori televisivi discutono di “affollamenti” e “poligamie”, quel bambino continua semplicemente a vivere la propria vita. E forse l’unica domanda seria dovrebbe essere questa: davvero lo Stato pensa di proteggere un minore negando l’esistenza delle persone che lo crescono ogni giorno?

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Tutto il resto, più che difesa della famiglia, assomiglia sempre di più a una lunga e ostinata operazione di propaganda culturale.

 

 

(13 maggio 2026)

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