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Piantare gli alberi per farli morire non è un’ottima idea

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di Samuele Vegna
Samuele Vegna

Sappiamo che gli alberi e gli oceani ricoprano un ruolo fondamentale nell’assorbimento della CO2, che a seconda di come li trattiamo, aumenta o diminuisce la temperatura del pianeta. Lo sappiamo dal 1896.
Ci sono degli esempi che calzano a pennello sulla devastazione planetaria che in Italia ha portato lo zero termico oltre l’altezza del Monte Bianco (a 5000m, nei giorni scorsi, si sono sciolti pezzi di ghiacciai millenari), ma soprattutto, ci sono delle piccole notizie, sparse qua e là, che danno l’idea della brutta piega che sta prendendo la politica sugli alberi nelle città, siano esse grandi o piccole.

A Roma per esempio, città guidata dal PD Gualtieri, gli spazi dedicati al verde pubblico, vecchi o nuovi che siano, risultano senza alcuna manutenzione e del tutto secchi, più secchi del Lago Maggiore. A Milano, città nella quale abito, Pierfrancesco Maran, un uomo dalle diecimila preferenze come assessore comunale, aveva vinto con Pisapia e poi con Sala promettendo sei milioni di alberi col progetto ForestaMi, poi diventati tre milioni, peccato però che gli alberi, rispetto a quindici anni fa, siano diminuiti considerevolmente, un po’ per la poca manutenzione, un po’ per eventi climatici estremi creati da noi che compriamo online e inquiniamo, e un po’ perché questa giunta ha preferito cementare la città, o inserire le radici degli alberi dentro fosse di cemento (letteralmente), per poi stupirsi come mai, come mai sono secchi dopo una settimana?

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Ora le città, grandi o piccole, soprattutto in periodo di elezioni, puntano alla depavimentazione, levano l’asfalto e ci mettono materiali che non trattengano il calore, dopo le punte di sessantacinque gradi al suolo raggiunte quest’estate, che anche un elettore di Berlinguer con questo caldo metterebbe mi piace a un post di Salvini sulla sagra della porchetta di Campli.

Ma veniamo al dunque, lettrici e lettori, perché voglio raccontarvi la storia di una piccola cittadina sull’Adriatico che si è vista tirar giù pini marittimi simbolici, e utili, che erano lì da più di quarant’anni: Eraclea.
Al loro posto sono stati eretti palazzi e parcheggi, e la scusa è sempre la stessa: sono alberi malati e pericolosi.

La città ha protestato, e per questo motivo io sono stato contattato da un abitante che lamenta, giustamente, la devastazione di un simbolo della zona di Eraclea Mare, nonché il caldo che si è venuto a creare nei viali dove prima sorgevano maestosi questi enormi pini marittimi, ombrosi e che rendevano decisamente più vivibile passeggiare, sia per gli abitanti, sia per il turimo.
E anche chi ci abita, protesta perché la sua casa era protetta da questa ombra, che adesso si trova esposta ai quaranta gradi, anziché magari a trenta, che fa la differenza, e chi ci passeggia trova cantieri insopportabili, alberi abbattuti e un asfalto cocente.

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Insomma, la politica, destrorsa o sinistrorsa, sembra andare verso una china pericolosa che non risparmia nemmeno creature che sono viventi, ma che meritano di essere abbattute nella ragion del cemento. E quando vengono piantate, muoiono.
Secondo me, la questione non è solo ambientale, ma politica: ogni zona delle città deve mantenere il verde e deve aumentarlo, altrimenti, farà sempre più caldo, e questo viene persino documentato che nei quartieri più periferici, con meno reddito, c’è meno verde; puro classismo. Eppure, il verde e la protezione ambientale sono dei diritti costituzionali.
Se ce l’ha fatta Parigi a diminuire le emissioni e il calore emesso dal suolo piantando milioni di alberi nel modo giusto e mantenendoli, perché non dovrebbero farcela Milano, Roma, o Eraclea?

 

 

(6 agosto 2026)

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