di Samuele Vegna
Memoria. Una parola profonda e sgargiante, sgargiante come il cappottino rosso di Schindler’s List, e profonda, come il dolore di oggi, e di ieri. Il dolore profondo di un popolo colpito da un genocidio sistematico, e talvolta, allegro – come per certi soldati e soldatesse che uccidono anche donne e bambini, dopo che i loro avi hanno subito lo stesso. Gaza, Cisgiordania, Sudan, Congo, Kurdistan, Afghanistan Iraq, Niger, Mali, Iran, Armenia, ex-Jugoslavia, Auschwitz: che cosa sono, se non la faccia della stessa medaglia, del male che si reincarna sempre e comunque nel male, nella Storia che non è stata abbastanza maestra ma anzi, forse la è stata fin troppo nell’insegnare il metodo della cancellazione dei popoli, delle loro parole, delle loro culture, della loro Memoria?
Quando scrivevamo che non c’era un domani a Gaza, avevo però conservato un minimo di speranza che si coltivasse davvero, che si volesse coltivare davvero, la pace.
Oggi, invece, penso che il 27 gennaio non sia più un giorno da dedicare solo alla Shoah, ma a ogni genocidio. Oggi, non può essere solo la giornata dei sei milioni di ebreə, ma deve diventare la giornata dei venti milioni di afghanə, del milione di iranianə, del milione di ucrainə, del milione di gazawə, dei due milioni di iraquenə, dei trecentomila kurdə.
Oggi, e anche domani, dobbiamo imparare a coltivare la Memoria nel modo giusto, con quel poco di amore che è rimasto nel mondo. Dobbiamo farlo tutte e tutti, insieme, perché non c’è un genocidio più importante di un altro.
(27 gennaio 2026)
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