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L’aspetto più inquietante della questione Trump non è il Venezuela, c’è anche dell’altro

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di Monica Maggi
Perchè la storia ce lo insegna: il dio denaro smuove il mondo. Se avete ascoltato le dichiarazioni di Donald Trump subito dopo il sequestro in Venezuela è tutto chiaro: Mr Cowboy passa da una motivazione politico-morale ad una giustizialista (Maduro è un dittatore, anzi peggio, è un narcotrafficante, dice). Per poi finire sulla reale e concreta spinta al bombardamento, invasione, rapimento: il petrolio. Gestiremo noi il petrolio del Venezuela, ha detto, lo gestiremo meglio, estrarremo di più e venderemo di più.

Quindi lo ripeto: l’aspetto più inquietante della questione Venezuela non è Trump. Siamo noi.

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Siamo noi che dobbiamo farci sentire attraverso tutti i canali che utilizziamo e che sono alla nostra portata. I social e la rete tutta sono una grande opportunità di rivolta e rivoluzione. Dobbiamo farci sentire, dobbiamo allertarci. E’ di poco fa, proprio mentre sto scrivendo, l’ennesima disturbata ma reale dichiarazione di Trump: La podcaster di destra Katie Miller e moglie di Stephen Miller, il potente vice capo di gabinetto di Donald Trump, ha pubblicato su X una mappa della Groenlandia avvolta nella bandiera a stelle e strisce con la didascalia: «Presto» (fonte: La Stampa).

Nonostante i grandi insegnamenti del passato (Vietnam, Cile, Argentina, Grecia) e più di recente Siria, Afghanistan, Iran, Nigeria, Libia, Yemen e ad oggi Ucraina e Gaza, non impariamo nulla.

Mi si può chiedere: cosa possiamo fare nel nostro piccolo e privato?

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Intanto rendersi conto che oggi, nel mondo, sono in corso decine di conflitti armati, con picchi mai visti dalla Seconda Guerra Mondiale (circa 56). Che basta pochissimo per accendere un’altra miccia. Che si stanno spartendo il mondo sfruttando la nostra indifferenza. Che il nostro governo meriterebbe il premio Ponzio Pilato 202-2026.
Io su questo non ci dormo la notte. E voi?

 

 

(4 gennaio 2026)

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