di Marco Maria Freddi

Le parole pronunciate da Papa Leone XIV a Lampedusa meritano di essere giudicate per ciò che dicono, non per chi le pronuncia. Quando afferma che la dignità di una persona non dipende dal passaporto, quando denuncia i morti nel Mediterraneo come il risultato di decisioni politiche e di omissioni, quando richiama l’Europa alle proprie responsabilità, esprime principi che qualsiasi cultura democratica, socialista e progressista dovrebbe essere in grado di condividere. Non servono la fede né l’appartenenza religiosa per riconoscere che una vita umana vale più di qualsiasi confine e che lasciare morire migliaia di persone in mare rappresenta un fallimento politico e morale dell’Europa. Le cronache della visita confermano che il Pontefice ha parlato di responsabilità istituzionali, di un sistema economico che produce esclusione e della necessità di superare la semplice gestione dell’emergenza con politiche strutturali di accoglienza e integrazione.
Il problema nasce quando la discussione pubblica smette di ragionare e torna a dividersi in tifoserie. Da una parte una parte del cattolicesimo conservatore vicino alla destra postfascista, che liquida ogni appello all’accoglienza come un’ingerenza politica. Dall’altra i laici devoti di destra e di sinistra, che trasformano immediatamente ogni gesto del Papa in una certificazione morale della Chiesa cattolica, insieme agli opportunisti che non perdono occasione di appropriarsi delle sue parole per piegarle a sostegno delle proprie tesi ideologiche. Tutti questi atteggiamenti rinunciano alla libertà di giudizio. Tutti sostituiscono l’analisi con l’appartenenza.
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Non mi interessa partecipare a questo gioco. Mi interessa tenere separati i piani. Posso condividere integralmente un discorso contro la disumanizzazione delle persone migranti senza concedere un solo millimetro di indulgenza all’istituzione che lo pronuncia. È una distinzione che nel dibattito italiano sembra impossibile da praticare. Siamo un Paese che trasforma rapidamente ogni figura pubblica in un santo civile o religioso. La logica del “Papa straordinario” finisce per cancellare qualsiasi capacità critica. Eppure, la maturità democratica consiste proprio nel riconoscere il valore di un’affermazione giusta senza sospendere il giudizio sul resto.
Per questo considero profondamente condivisibili le parole pronunciate a Lampedusa, così come quelle espresse nelle Canarie sul dramma migratorio lungo la rotta atlantica. A El Hierro, oggi una delle principali porte d’ingresso verso l’Europa, migliaia di persone affrontano una traversata in cui le correnti oceaniche provocano un numero di vittime che resta in larga parte sconosciuto perché molti naufragi non vengono mai documentati. Anche questa è una tragedia europea rimossa dal dibattito pubblico.
Ma proprio perché condivido quelle parole, pretendo di applicare lo stesso criterio di giustizia anche alla Chiesa cattolica. È troppo facile commuoversi davanti a un’immagine del Pontefice che attraversa la Porta d’Europa insieme ai migranti, una rappresentazione dal forte impatto simbolico e mediatico. È molto più difficile pretendere che la stessa istituzione affronti fino in fondo le proprie responsabilità. Gli scandali degli abusi sessuali su bambine, bambini, adolescenti e religiose non appartengono al passato. In numerosi Paesi continuano a emergere nuovi casi, mentre le vittime chiedono ancora piena trasparenza, collaborazione con la giustizia ordinaria e risarcimenti adeguati. Analogamente, le vicende finanziarie che hanno coinvolto il Vaticano negli ultimi decenni hanno dimostrato quanto sia necessaria una rete di controlli indipendenti e una reale cultura della trasparenza.
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Se davvero la dignità umana viene prima di tutto, allora questa affermazione deve valere anche all’interno delle strutture ecclesiastiche. Deve significare tolleranza zero verso i predatori sessuali, protezione effettiva dei minori negli oratori e nelle scuole cattoliche, tutela delle religiose da ogni forma di abuso di potere, pubblicazione trasparente dei bilanci di tutte le istituzioni che ricevono denaro pubblico e una riflessione seria sull’enorme patrimonio immobiliare ecclesiastico, che potrebbe essere destinato in misura molto maggiore a finalità sociali, abitative ed educative.
Lo stesso principio vale per il rapporto tra Stato e Chiesa. In una democrazia moderna la fede appartiene esclusivamente alla sfera privata. Lo Stato deve garantire piena libertà religiosa a tutti, ma non può continuare a costruire rapporti privilegiati con una singola confessione. Per questo ritengo ormai necessaria una discussione politica coraggiosa sulla revisione unilaterale dei rapporti tra la Repubblica italiana e il Vaticano, a partire dai Patti Lateranensi e dal sistema dei finanziamenti pubblici. Sanità privata convenzionata, scuola privata confessionale e privilegi fiscali non dovrebbero essere considerati temi intoccabili, ma questioni politiche da affrontare secondo criteri di uguaglianza, laicità e interesse generale.
Solo quando saremo capaci di separare il valore delle idee dall’autorità di chi le pronuncia avremo davvero conquistato una cultura politica adulta. Fino ad allora continueremo a oscillare tra l’adorazione e il rifiuto, senza esercitare l’unico strumento che rende libera una società democratica, il pensiero critico. Per questo applaudo senza esitazioni alle parole di Leone XIV quando difendono la dignità delle persone migranti e denunciano l’indifferenza dell’Europa.
Con la stessa libertà continuo però a chiedere che la Chiesa cattolica sia giudicata per ciò che fa, non per la forza comunicativa delle sue immagini o delle sue omelie. In una società laica nessuna istituzione, religiosa o politica, dovrebbe mai essere sottratta al controllo critico dei cittadini.
(5 luglio 2026)
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