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Il colpo di mano più che un colpo di Stato di Prigozhin: le plausibili previsioni

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di Vanni Sgaravatti

Nessuno sapeva, e nessuno sa nemmeno nel momento in cui scrivo, come stavano le cose. Perché situazioni come quelle non sono sotto il controllo neppure da parte dei protagonisti. Come sempre, l’enorme macchina mediatica mondiale si attiva come fosse un moloch con vita propria e indipendente e, dove non ci sono notizie, le produce, le ipotizza o fa  notizia del non avere notizie. Anche questa è una notizia.

Si sono quindi confrontati esperti che indotti, con compiacimento o no, a dire la loro, si sono buttati sulla plausibilità delle ipotesi. E ieri (24 giugno, ndr) le ipotesi plausibili erano tante e quindi le notizie sulle non notizie lo erano altrettanto. Oggi, il giorno dopo (una volta, senza la velocità delle comunicazioni globali, magari sarebbe stato il mese dopo), abbiamo qualche ipotesi più plausibile di prima, con “il senno di poi”: sto parlando dell’interpretazione del colpo di mano più che di stato come di un tentativo di negoziare la buonuscita di Prigozhin, dopo che la lotta interna con i leader delle forze armate russe aveva preso una piega a favore di questi ultimi, segno di un cambio di simpatie da parte dell’FSB russo, culminata nella decisione di arruolare la leva di Prigozhin.

E questo significava, di fatto, cancellare il suo potere e, in quel contesto, cancellare lui stesso. Un tentativo quasi disperato per il leader della Wagner, così dicono alcuni, probabilmente, perché altre vie d’uscite non c’erano.

Ma, trovata una narrazione più plausibile per “ieri”, appaiono di nuovo le pluralità di ipotesi per il domani: la Russia si indebolirà nella sua capacità militare impiegata nella guerra in ucraina? Si indebolirà la coesione interna a favore di Putin? Come finirà la Wagner? Possibile che Prigozhin riesca ad ottenere il rispetto di quell’impunità concessa, forse anche grazie al suo potere, molto ridotto in Russia, ma ancora forte in Africa? Aumenta o diminuisce il potere di persuasione verso una pace (ottenuta con le armi, da tagliarsi le vene)?

Una pace che, ricordo, nei termini concreti e attuali e al di là delle iniziative umanitarie e moralmente importanti per favorire le condizioni del dialogo, significa per l’Ucraina: l’allontanamento dell’esercito di Putin entro i confini russi, per negoziare solo dopo il ritiro; una zona demilitarizzata nel Donbass e una sospensione delle accuse a Putin. Precondizioni, al momento, inaccettabili per il regime di Putin.

E quale è il significato del rumoroso appoggio a Putin della Turchia e dell’Iran?

Possiamo anche noi fare il gioco delle scommesse: un gioco che appare tale, grazie al mondo virtuale che entra nelle case tramite i diversi media, ma che è assolutamente tragico e reale per chi sta dentro con corpo e anima in quel contesto.

Se dovessimo immaginare l’esercito russo, pronto a dare un nuovo impulso in avanti alla sua invasione si può pensare che il colpo di mano, avendo messo sotto i riflettori le debolezze di coordinamento delle forze armate russe, indichi una debolezza e quindi un’improbabilità di raggiungere gli obiettivi di un’invasione. Ma un’altra cosa è una guerra difensiva e di resistenza (ed i russi ci hanno dimostrato nella storia la loro capacità) altra è una guerra d’attacco (e gli Ucraini dimostrano la loro capacità di resistenza oggi, anche grazie all’Occidente). La Russia all’epoca dell’invasione di Hitler aveva tantissime debolezze, recuperate con la ricentralizzazione del potere nei militari in una guerra che diventò popolare, in cui al popolo Russo non veniva data alternativa: schiavitù e morte o libertà (sovietica) condizioni che, in qualche modo, sono le stesse percepite da una gran parte degli Ucraini che vogliono stare in Ucraina: non hanno alternative e questa è la vera benzina che continua ad alimentare il fuoco, non proprio la presunta guerra per procura. Procura peraltro europea e non americana, che in altre faccende cinesi affaccendati vorrebbero (potrebbero) stare.

La lezione, quindi, dovrebbe essere: mai mettere l’avversario con le spalle al muro, a meno che tu non sia in grado di distruggerlo completamente, come con Hitler, che però identificava la Germania con la sua persona e con una propensione al martirio.

Tornando a noi e alla seconda scommessa previsionale: il potere di Putin sarà indebolito? Non so se imprevedibili forze di opposizioni nascoste possano creare quelle piccole crepe che poi inaspettatamente si allargano, ma insieme alla visione di strumenti del potere putiniano frammentato, come un’idra dalle tante teste, questo può risorgere nelle narrazioni ideologiche come difensore dei tradimenti, magari anche questa volta di macchinazioni occidentali. Ancora non ha il tempo, ma le prove provate di queste trame oscure magari le mettono nel palinsesto delle tv di Stato di domani.

Proseguendo con le previsioni per-quel-che-valgono. La possibilità che Prigozhin possa avere una reale impunità nega tutto quanto la storia ci ha insegnato e, volendo citare uno tra i milioni di esempi, mi vien da pensare alla morte di Trozky. A meno che il leader wagneriano non abbia qualche carta da giocare in Africa  – e qui si apre una delle partite cruciali (oltre quella della guerra bianca del nord) per l’Europa perché lì si gioca il partito del neocolonialismo cinese, russo o occidentale, che in quel terribile scenario, dovrebbe provare a introdurre quegli elementi che fanno da un secolo la resilienza delle democrazie (nella parte buona, quella almeno dichiarata come valore): partnership, rispetto dei diritti a supporto di un potere di attrazione e non di paura verso i partners. Democrazie che si danno per spacciate, perché condotte da interessi non coerenti con i principi democratici e da persone senza apparenti valori per cui sacrificare la vita. E su questo ultimo punto i detrattori delle democrazie non hanno tutti i torti.

È una battaglia vitale quella dell’Europa in Africa, altro e possiamo anche non considerarla persa, ma dobbiamo cambiare marcia e soprattutto comprendere che non esiste vittoria in una guerra cruciale, senza pagare un costo molto alto, che sembra vogliamo evitare di pagare co l’aggravante, in questo caso, che, mentre il ritorno ideale e morale potrebbe essere immediato per qualcuno, non lo è quello socioeconomico. La posta in gioco è altissima e lo è tanto nel medio tanto nel lungo periodo: altro che muri per contenere un po’ di immigrazione.

L’ultima scommessa, o, meglio domanda, mi sembra interessante, perché può far riflettere ancora una volta sulla natura del regime russo, visto che gli unici endorsment a Putin sono arrivati da democrature – regimi democratici solo in apparenza – come quello della Turchia o da teocrazie oscurantiste come quello dell’Iran.

I contractors, la privatizzazione della guerra, è un fenomeno noto anche in Occidente e dal punto di vista morale tante ne abbiamo sentite dire anche da questa parte. Quello che fa la differenza è l’utilizzo di queste forze per il “divide et impera” del potere putiniano, conseguenza naturale della caratteristica oligarchica del potere. In quel regime mi sembra plausibile che non ci si fidi di nessuno, non esiste una pubblica opinione come contropotere, non esiste una magistratura indipendente: l’ultimo vagito è stato quello del tentativo della Procuratrice generale di sostenere la non consistenza delle prove a carico del grande oligarca, proprietario di Rosatom, che si opponeva realmente al potere di Putin non tanto a favore dei diritti democratici per come li consociamo noi, ma per un diritto privato autonomo a favore della libera imprenditoria, anche se nata con i finanziamenti dello stato sovietico in disfacimento, che fu spedito in Siberia.

Nel contesto di quel regime non è possibile affidarsi solo al potere dei fedelissimi del Fsb, rischi di diventare il loro portavoce, più che il loro comandante, servo più che padrone. E, in quel regime, una sola persona può istituire e nominare, guarda caso come fosse uno zar, tutte le guardie imperiali che solo a lui rispondono. Ma poi così facendo deve aumentare anche la sua capacità di coordinamento e del loro controllo. E qui si aprono ancora due altre plausibilità interpretative: quella che i conflitti di cui abbiamo visto una rappresentazione sono il risultato di un assestamento che, però nulla toglie all’osservazione, sul modo di essere dei regimi e della pluralità delle “guardie presidenziali”, oppure che Putin stia perdendo il controllo del controllo.

In ogni caso, mi sembra che al di fuori del mondo delle scommesse sulle previsioni del futuro, moltiplicantesi in momenti di biforcazione salvo poi scoprire, con il senno del poi, che qualcuno ci aveva preso, questa è l’evidente rappresentazione di come funzionano i regimi oligarchici, che, nella storia hanno procurato tanti orrori. Regimi che non sono durati molto (solo quello sovietico in tempi moderni è durato per numerosi decenni e quello iraniano si avvia in quella direzione), sono poco resilienti per tantissimi motivi, primo dei quali non mettere mai lo sfruttato di fronte alla percezione che non ha via d’uscita perché a quel punto combatterebbe (e a volte combatte) fino alla morte perché non ha alternative.

Ma mettere l’altro all’angolo può essere una tendenza naturale per quei regimi, al di là delle volontà dei singoli dittatori, provocando quelle reazioni che l’antropologia, più che la storia, ci permetterebbe di immaginare essendo naturalmente al di fuori delle volontà dei singoli e, quindi, non prevedibili neppure dai protagonisti in gioco. Ma la fiera delle previsioni di intrattenimento è sempre aperta e talvolta è un’occasione per farci riflettere e non raccoglie solo rumori di fondo.

 

 

(25 giugno 2023)

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