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Il ministro inadeguato se la prende con la preside pensante e viene intervistato con domande di sponda

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di Vittorio Lussana 

Vorremmo far cortesemente presente al ministro della Pubblica Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che una preside di Liceo è un’impiegata di concetto, non una bidella. E che quando si parla della cultura di un popolo non si fa riferimento esclusivo alla sua intellighenzia, né al patrimonio di tradizioni popolari di operai e contadini, né tantomeno al nazionalismo di Gioacchino Volpe, Gabriele D’Annunzio o Giovanni Gentile. La cultura di una nazione corrisponde a una media ponderata tra tutte queste nostre ricchezze.

Se il ministro della Pubblica Istruzione non dice nulla sull’assalto squadrista avvenuto a Firenze, una preside diviene competente eccome, per lo meno per la sua scuola. La sua circolare è formalmente legittima. E laddove ha parlato di Gramsci, lo ha fatto per sottolineare l’indifferenza dei tanti rispetto a un fenomeno storico, il fascismo, che si impose con la violenza e la sopraffazione. Anche per non avere disordini e faide dentro la sua scuola, in una situazione che rischia di creare una guerra per bande e vendette varie.

Insomma, se l’egregio signor ministro desiderava un intervento neutro, avrebbe dovuto farlo lui in prima persona. Una preside ha tutto il diritto ad avere le sue idee, poiché il suo ruolo non è quello di un’esecutivista. Il suo incarico non è puramente tecnico: ha un contratto da funzionario di prima fascia, da dirigente scolastico. Dunque, lasciamogliela dirigere questa scuola, per piacere.

Non c’è niente da fare: a destra stanno in fissa con le gerarchie. La pedagogia gentiliana, per esempio, si basa sull’autoeducazione e sul nutrimento culturale, ponendo al centro del processo educativo l’apprendimento degli alunni, non un ordine puramente formale da caserma. Poi, quando si chiede loro di partecipare a una battaglia come quella contro il virus, fanno gli imboscati libertari. Tutto al contrario, praticamente. Solo per il gusto di dividere la gente. La cultura di un popolo non sempre è riconoscibile, sotto il profilo antropologico. Ciò produce una lunga serie di conseguenze pratiche. Per molto tempo, le nostre culture hanno infatti proposto una serie di valori storicamente distinguibili tra loro. Ma questo genere di distinzioni hanno dovuto cedere il passo a un processo di omologazione mediatica, che non ha realizzato affatto l’ideale di un nuovo potere, bensì quello più vecchio possibile. A molti potrà sembrare paradossale tale concetto: un nuovo potere che ne realizza uno talmente vecchio, che nessuno riesce più nemmeno a riconoscerlo.

Proviamo allora ad analizzare alcune caratteristiche di questo nuovo/vecchio potere:

a) il suo rifiuto ad ammettere che possano esistere metodologie democratiche di governo rispettose e, al contempo, efficaci riguardo al valore delle diversità;

b) un clericalismo controriformista, che scambia alcune tematiche di difesa delle minoranze come forma di edonismo sociale tendente a diffondere stereotipi gender fluid’ Perché chi vive di stereotipi idealtipici, pensa che anche gli altri li producano e li vogliano diffondere, secondo una logica omologativa che si richiama anch’essa all’Italia da caserma;

c) la determinazione mediatica nel voler appiattire tutti i cittadini su un modello statico di società, annullando ogni dinamica di evoluzione civile e sociale.

Questo nuovo/vecchio potere attribuisce a se stesso alcuni tratti moderati, sulla base di un’ideologia sostanzialmente edonista, che mantiene nel proprio seno numerosi elementi autoritari. La sua tolleranza, quando c’è, è falsa, poiché in realtà nasconde una fredda e calcolata determinazione a preordinare ogni cosa. Dunque, questo nuovo/vecchio potere altro non è che una forma modernizzata di fascismo, che pone tutto e tutti sul medesimo piano, strumentalizzando anche le idiozie più degeneri e indegne. Esso non butta via niente di ciò che può tornargli utile: le imprecazioni popolari contro uno scrittore scomodo; le percezioni subliminali di forza formale che si determinano nei dibattiti televisivi, durante i quali sembra aver ragione chi urla più forte, chi esprime la battuta più efficace, chi riesce a farsi giuoco non solamente dei torti della controparte, ma anche delle sue ragioni.

Insomma, questo nuovo/vecchio potere non seleziona un bel niente e gli sta bene tutto: dal bianco al nero, dal giorno alla notte, dal sole alla luna, dal qualunquismo populista al classismo borghese. Tale processo si chiama, per l’appunto, omologazione. La parola mantiene in sé un fondamento repressivo, di integrazione forzata, di adesione incondizionata a un modello monocorde, interamente rivolto all’oggi. Come quelle tardone che lottano disperatamente contro il tempo che passa e quelle rughe che, immancabilmente, sorgono sui loro volti.

Non è più l’edonismo reaganiano un po’ ingenuo del socialismo della Milano da bere e della Roma di notte: una sorta di joie de vivre di discendenza televisiva e commerciale. No: si tratta di un fascismo che non distingue mai nulla, che non incarna alcun progetto, privo di una qualsiasi idea di società e che non è più nemmeno retorico, nella sua essenzialità umanistica, poiché è divenuto un qualcosa di gretto, pragmatico, interamente rivolto alla prassi. Non c’è nessun sentimento, alcuno spirito, in tutto quello che insegna: tutto si riduce a puro meccanismo, alle comodità corporali e al mero possesso di cose e persone. Una piattezza logica le cui finalità corrispondono alle sue stesse metodologie: quelle, appunto, di un’omologazione priva di contenuti, che vorrebbe costringerci a una strana forma di ninfomania psichiatrica, in cui ogni atto deve essere compiuto per il semplice gusto di farlo.

Si tratta di un paradosso che ha origine dalla negativa funzione mediatica svolta dalla televisione e dalla mancata regolamentazione del suo mercato. Per dirla tutta: ha origine da colpe ed errori ascrivibili anche alla cultura progressista, che non ha voluto comprendere come questo genere di impulsi generalisti spingessero l’intera collettività a sbandare da un capo all’altro di ogni suo problema, rimodulando e ripresentando le più consuete contraddizioni tra teoria e prassi, tra cause ed effetti, tra atti e fatti, senza mai riuscire a trovare soluzioni definitive ed efficaci. In questo potere paradossale, se non surreale, non esiste alcuna distinzione. Anzi, dell’ormai antico nesso crociano non se ne conosce nemmeno la possibilità di utilizzo in quanto strumento analitico. Al contrario, con la forza dei propri mezzi di disinformazione, questo nuovo/vecchio potere pretende di poter negare ogni genere di confronto. E si sottopone a interviste ridicole, caratterizzate solamente da domande di sponda. Non puoi porre questioni incalzanti, ma una serie di scope servite per fargli fare carte, ori, primiera e settebello.

Insomma, stiamo parlando di uno spaventoso tracollo verso la più totale inculturazione, che dimostra lacune abissali su quanto storicamente accaduto e non possiede gli strumenti per comprendere e interpretare nulla di ciò che accade. Un revanchismo provinciale e piccolo borghese completamente scollato dalla società e dal mondo reale, che tende a colpevolizzare il primo che passa, o la prima preside che ha il coraggio di prendere in mano penna, carta e calamaio per provare a gettare un po’ di acqua sul fuoco e stemperare una rissa tra ragazzini.

 

(24 febbraio 2023)

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