di Lorenza Morello

Funziona così bene il format, è così gradevole l’impianto del programma (venti anni della stessa solfa, impreziosita da diversi conduttori a parte l’ultimo), che pare persino brutto doversi ricordare che Pino Insegno appesantisce, senza volerlo, conduzione e trasmissione, e persino i concorrenti. Piacioneria un po’ greve, desiderio incontrollato di far sapere al mondo che si sanno cose (e allora cosa ci stanno a fare i concorrenti) sono un po’ la cifra del comico, doppiatore, attore conduttore amico di Meloni, resuscitato alla televisione dopo anni di oblìo che mai come oggi appare giustificato a questa scrivente. La formula è nota e non basta la spolverata di novità presunta rappresentata dal torneo dei campioni. Siamo sempre lì.
Voce impostatissima, mai fuori posto, mai ridere troppo che non fa fino, battute che dovrebbero essere di spirito alle quali forse ride solo lui, il calore e la simpatia del conduttore che si lasciano lì, dove le ha lasciate Marco Liorni senza nemmeno provare a imparare da chi sembra saperne di più, e un programma leggero e gradevole che annaspa appesantito dal troppo sapere. Quello del conduttore, ovviamente. I dati di ascolto premieranno il format di Reazione a Catena e la fascia oraria. Merito agli autori. Il resto è pesantezza.
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