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domenica, Settembre 26, 2021

Arrivavano onde di ventenni imbarbariti sfranti di alcool ed erano appena le due

foto: Panorama

di Il Capo

 

 

 

 

 

 

 

Dopo una serata di San Silvestro vissuta con la tranquillità che solo i veri amici e le vere amiche ti danno, tra discorsi e battute, in una di quelle belle serate armoniose che non dimentichi e vorresti fermare, cristallizzandole nella loro bellezza, decidi di recarti dove sai che è organizzato un party post cena e vai. Osservi, chiacchieri, scambi auguri. La serata è giovane, quasi nessuno è ancora arrivato. Un paio di squinzie derelitte danzano il danzabile. Giovanotti vestiti da uomini della City londinese con presunzione di nobile stirpe, imitano i cinquantenni che saranno in un battito di ciglio con sprezzo del pericolo, del ridicolo e anche del buon gusto (è eccessivo mettersi in frac con code come se fossi Von Karajan e poi grattarti amorevolmente tra le chiappe utilizzando lo spacco che alle code, per l’appunto, dà vita). La musica è gradevole. L’ambiente un po’ stantìo, ma è San Silvestro e l’obbligo è divertirsi. N’importe comment. C’è un senso di gradevolezza. Poi arrivano i Barbari. Orde di ventenni tutti rigorosamente in coppia e vestiti da sera come se fosse l’ultima sera della loro vita, accompagnati da ragazze rigorosamente in lungo con scialli sfavillanti e tacchi 14 che nemmeno Luxuria. Fanno comunella, poi si siedono all’ingresso dove le poltrone sono disposte più o meno a ferro di cavallo a controllare gli ingressi, gli abiti, le scarpe, il costo di ogni cosa, il viso, chi entra e chi non. Pronti a ghermire, a giudicare. I maschi, abbandonati momentaneamente dalle loro compagne [sic], si lasciano andare ad effusioni maschili tra maschi e pretendono dissimulare il piacere che provano, e una volta allupati, ripiombano velocemente tra le braccia della legittima consorte [sic] così da rivestirsi del ruolo di maschio. Perché questi giovanotti si sono già scelti una vita pensando di non potere averne un’altra così che si comportano da cinquantenni e per sfuggire alla tristezza che essi stessi si sono obbligati a provare vivendo la vita degli altri, arrivano ubriachi fradici. L’olezzo fastidioso di alcool riempie la sala anche con le porte a spinta aperte. Adolescenti di non più di sedici anni si appoggiano l’un l’altro per non cadere (non oso pensare in che stato saranno alle sei del mattino) e le ragazze sui trampoli da drag queen perdono l’equilibrio in una ridicola imitazione di un trampoliere che, notoriamente, non è solo un pennuto. L’atmosfera è improvvisamente diventata molto triste. Io che vent’anni non ce li ho più, e non li rimpiango, mi scopro a pensare che in quel periodo della mia vita, oltre a fare progetti per il futuro e lavorare per realizzarli, praticavo con passione e dedizione il piacevole esercizio pelvico che volgarmente chiamiamo scopata che, se gli adolescenti che ascolto sui mezzi pubblici per avere materiale su cui scrivere non raccontano balle, pare essere stato sostituito dall’esibizione di erezioni sulle varie app per smart-phone, aiutato dal concitato movimento di una delle due mani, a seconda che uno sia destro o mancino. Insomma me ne sono andato con tanta tristezza. Non perché vent’anni non ce li ho più (e francamente sto meglio ora), ma perché io almeno una vita ce l’ho avuta. E non sono sicuro che la dedizione all’alcool e alla sconvoltura permetta a questi giovani di averne una. Buon 2017.

 

 

 

(1 gennaio 2017)

 

 

 

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