di Massimo Mastruzzo

L’Italia ha una domanda scomoda che evita da anni: perché alcune contaminazioni diventano subito un marchio territoriale, mentre altre restano “un problema tecnico”?
Negli ultimi giorni uno studio ha riportato tracce di PFAS nel vino prodotto nelle aree venete tra Vicenza, Verona e Padova. Non è un episodio isolato. È una delle contaminazioni più estese degli ultimi decenni: falde inquinate, screening su oltre 80.000 persone, monitoraggi ambientali, sostanze persistenti nella catena alimentare. Eppure il dibattito nazionale è rimasto dentro i confini della cronaca scientifica. Più tecnico. Più prudente. Più attento a separare territorio, responsabilità e filiera.
È giusto che sia così. La domanda è: perché questo metro equilibrato non è stato usato sempre?
Chi ricorda la Terra dei fuochi ricorda anche altro. Oltre a indagini e geolocalizzazioni, che erano necessarie, c’è stata una narrazione che ha oltrepassato i dati.
Il sospetto si è allargato oltre le aree classificate a rischio.
Per molti consumatori non esisteva più differenza tra terreni contaminati e terreni controllati. Tra filiere monitorate e produzioni estranee. Il risultato è stato concreto: negozi con cartelli “Qui non vendiamo prodotti campani”. Campania uguale rischio. Un’intera regione trasformata in stigma identitario, non solo ambientale. Oggi, di fronte ai PFAS in Veneto, il linguaggio è cambiato. Si parla di “presenza”, “esposizione”, “livelli”. Si distingue tra industria, agricoltura e territorio.
Ed è giusto così. Ma allora la coerenza dove era?
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Il punto non è chiedere panico ovunque. È pretendere una regola semplice: stessi dati, stessa trasparenza, stesso diritto all’informazione. Il cittadino non ha bisogno di essere rassicurato né spaventato. Ha bisogno di sapere: dove si trova il problema. Quanto è esteso. Cosa è stato controllato. Cosa è stato bonificato. Cosa resta da chiarire.
La forza economica di una filiera può aiutare a reagire. Ma può anche servire a contenere il danno reputazionale, a tenere il problema dentro confini tecnici. Territori più fragili subiscono una doppia sanzione: il danno ambientale + il giudizio identitario.
La salute non cambia valore con il PIL regionale.
E nessun territorio dovrebbe essere condannato — o assolto — per geografia.
*Direttivo Nazionale MET
Movimento Equità Territoriale
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(18 giugno 2026)
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