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Abderrahim Fakir muore a Bologna durante un controllo di polizia, da Genova a Bologna certa Italia non cambia mai

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di Samuele Vegna
Samuele Vegna

All’indomani del triste anniversario di quello che dalla folla venne chiamato assassinio di Stato, avviene l’omicidio di Fakir a Bologna, tra l’altro in concomitanza con le commemorazioni per Carlo Giuliani a Genova, ed emergono scomode e ovvie realtà dimenticate che contribuiscono alla costruzione di un quadro d’insieme che rende gli eventi, fatalmente, idealmente collegati, a proposito dei quali vale fare una riflessione.
Nel 2001 si disse che al G8 di Genova si era perso lo stato di diritto e che era stata scritta una delle pagine più buie della Seconda Repubblica, e questa pagina derivava però da altre pagine, le pagine di una legge scritta sotto il governo Prodi I del 1997 targato DS, poi confluito nel PD, che portava il marchio indelebile del precariato su tutta quella generazione che protestava contro quelle élite mondiali riunite per decidere dei nostri destini: il pacchetto Treu.

Le proteste erano divampate, e tuttora, venticinque anni dopo, legge dopo legge, il precariato e il caporalato la fanno da padroni in un’Italia sempre più diseguale che annaspa nel caldo del cemento e dei data center, nella mafia e nel declino culturale, combattuti da una sinistra considerata, oltranzista e messa ai margini da partiti che pensano di essere opposizione ma che non portano sicurezza e occupazione e lotta dal basso, ma solo pensieri deboli e idee instabili, e promesse fallimentari.

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A Genova morì lo stato di diritto nel 2001, perché su un Land Rover Defender, il carabiniere Mario Placanica, mai processato, secondo le sue stesse dichiarazioni, estrasse e puntò la propria pistola d’ordinanza verso i manifestanti, per poi sparare due colpi. Un colpo raggiunse allo zigomo sinistro Carlo Giuliani. Il fuoristrada era incastrato perché davanti aveva un cassonetto e dietro un carabiniere, e successivamente nel tentativo di fuggire rapidamente dai manifestanti, riprese la manovra passando sul corpo del ragazzo due volte (una prima in retromarcia, la seconda a marcia avanti). Carlo morì perché aveva in mano un estintore dicono in molti, ma non aveva in mano un’arma letale, aveva in mente la lotta, la protesta di una generazione e non meritava che giungesse il Bava Beccaris di turno come non lo meritava Fakir. Ancora oggi giustizia non è stata fatta e ancora oggi le forze dell’ordine hanno ben poche bodycam e zero codici identificativi: l’arroganza che difende il gendarme è spesso impunita.

L’omicidio di Bologna, perché è così che bisogna chiamarlo, non è un caso ma è quasi la normalità di tempi corrotti che hanno perso l’umanità, diretta conseguenza della riduzione dei confini dello stato di diritto che è sempre stata più dilagante nel tempo e nello spazio in questo Paese. E sempre più veloce.

Fakir, un uomo di quarantatrè anni in stato confusionale, non violento e disarmato, viene gettato a terra, immobilizzato con le fascette ai polsi, e immobilizzato da due poliziotti e un terzo uomo non in divisa, e muore così dopo avere gridato aiuto e basta per cinque minuti. Le testimonianze del vicinato, come dice la sorella, sono unanimi: è omicidio (omicidio colposo, ipotizza la procura di Bologna, ma non ci sono indagati perché oggi entrano in vigore le nuove norme del pacchetto sicurezza) e il parallelismo con Carlo Giuliani è ovvio e si applica perfettamente a questa vicenda che rappresenta in toto una deriva insopportabile, anche dopo l’esempio della donna trans picchiata in centro a Milano dalla polizia.

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La discriminazione crescente verso alcune categorie di persone, stranieri, gay,  trans,  poveri, antifascisti, è inversamente proporzionale all’impunità verso l’uomo bianco etero e ricco. Se non possiamo fidarci delle forze dell’ordine che dovrebbero proteggerci ma che invece sembrano sempre più deviate e più guidata dalla profilazione razziale, come anche sostenuto da un rapporto ONU, di chi dovremmo fidarci? Sicuramente questo governo in caduta libera attuerà un silenzio complice, come anche per il caso Giuliani, mentre invece, chi uccide, verrà sostenuto dalla solita speculazione politica, essendo da graziare.
Ogni giorno un motivo in più per scendere in piazza.

 

 

(20 luglio 2026)

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