di Daniele Santi

Gole profonde parlamentari e che girano lì attorno, sporchi comunisti senza dubbio, informano della profonda indignazione di Antonio Tajani che, dopo l’autodimissionamento di Gasparri, dopo firme a sfavore di 16 senatori (pettegolezzi comunisti anche questi), avrebbe lanciato il suo grido che terrorizza anche l’occidente: “Se salta anche il capogruppo alla Camera me ne vado”. Così mentre il mondo politico trema di fronte a siffatta minaccia, e mentre vale la pena ricordare che come salta Antonio Tajani nessuno si può sognare di farlo, dalle parti di Arcore si decide altrimenti mandando in avanscoperta il fidatissimo Gianni Letta, che non si muove mai per niente.
Non è una novità che Marina Berlusconi, e anche il Piersilvio, in diverse occasioni abbiano invitato il presidente di Forza Italia che è anche vicepremier, a premere sull’acceleratore del cambiamento di indirizzo del partito, troppo schiacciato sulle posizioni illiberali di Fdi e Lega, che ha abbandonato l’ispirazione liberale [sic] che era nei progetti del de cuius fondatore.
Ma Tajani ha fatto orecchie da mercante, dopo la richiesta di ringiovanire il partito ha messo in piedi un nuovo direttivo più anziano del precedente e si è sbizzarrito in acrobazie geniali come i consigli che dispensava: dallo stare lontano dalle finestre se arrivano droni ai bonari basta all’Iran e a Israele, alle dichiarazioni contro la guerra “Ho telefonato al tale e al tal’altro e gli ho detto di smetterla” e numerose altre genialate all’insegna di “chi non salta comunista è” – e hanno il coraggio di lamentarsi di alcuni magistrati che avrebbero intonato “Bella Ciao” nell’immediato post-referendum.
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Così lui minaccia di andarsene mentre il mondo che gli gira intorno non fa una piega e, anzi, probabilmente fa il tifo. La minaccia è seria, potrebbe andarsene anche dal partito… Far saltare a piè pari due cariche in un colpo solo? Difficile da credere, ma non impossibile. Perché per l’Italia si deve sempre sperare il meglio, quando la si ama.
Se poi amare l’Italia significasse rinunciare al Tajani presidente di FI e vicepremier crediamo che una buona percentuale di italiani, il circa 92% di elettori che non lo vota, sarebbe disposta a sopportare un dolore tanto profondo.
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(27 marzo 2026)
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