di John Dee

L’11 marzo, l’Assemblea nazionale del Senegal ha approvato una controversa legge che inasprisce le pene per le relazioni tra persone dello stesso sesso, punendole con 5-10 anni di carcere e multe fino a 10 milioni di franchi CFA. La legge era stata proposta a febbraio 2026 in consiglio dei ministri e discussa in parlamento, sotto spinta degli ultraconservatori del movimento PASTEF e delle pulsioni omofobe del primo ministro Ousmane Sonko un tempo presentato come volto di rottura e di rinnovamento – e a suo modo lo è, tutti i dittatori si presentano come profondi riformatori, spesso a colpi di involuzioni liberticide e di privazione delle libertà fondamentali.
La legge modifica l’articolo 319 del Codice penale e raddoppia le pene e le sanzioni per i cosiddetti “atti contro natura”, come se non fosse contronatura mettere in galera la gente per come fa l’amore, e sulla linea di Russia, Ungheria, Uganda e altri stati africani introduce il reato di “apologia” dell’omosessualità, con pene da 3 a 7 anni per chi promuove, sostiene o finanzia attività legate alla comunità LGBTIQ+.
L’ennesima folle porcata di stato serve, naturalmente, per preservare i valori tradizionali secondo la retorica dittatorial-religiosa di Sonko e un altro durissimo colpo alla democrazia senegalese, già fragilissima e segnata da continui eccessi populisti a sfondo religioso e nessuna vera riforma che migliori le condizioni di vita della popolazione, legittimando la violenza di Stato e le limitazioni sulla vita privata dei cittadini.
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