di Alfredo Falletti

Ancora una volta, l’ennesima, si riflette, si disserta, si esterna, si commenta in ordine alla condizione femminile nel XXI secolo ed ancora una volta si denuncia, ci si indigna, si ri-denuncia che sia ancora necessario istituire eventi e ricorrenze — come la Festa della donna o la Giornata contro la violenza sulle donne — per rivendicare diritti che dovrebbero essere, ovviamente ed universalmente garantiti.
Misure come le quote rosa, il reato di femminicidio, provvedimenti pur nati con intenti protettivi, o al contrario, le differenze salariali, confermano di fatto l’esistenza ben poco scalfita di una discriminazione mai superata, definendo nei fatti la donna come essere “diverso” o “speciale” anziché semplicemente per quel che è: un essere umano alla pari di tutti gli altri, pacificamente.
All’origine di questa condizione vi è una visione atavica della donna come essere inferiore, alimentata per secoli anche dai monoteismi, che ne hanno trasmesso un’immagine di impurità e pericolosità, addirittura associandola a fenomeni di stregoneria; alla minima “anomalia” nel comportamento che non rispondesse alla regola dell’assoluto assoggettamento legittimando di fatto oppressioni che vanno dalla segregazione sociale fino alla più bieca ed incivile violenza fisica, verbale, concettuale (i Talebani afghani hanno appena promulgato una nuova legge barbara che permette ai maschi di picchiare le donne, basta che non rompano loro le ossa, in quel caso finiscono in galera: per ben quindici giorni).
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Il vero rispetto, quello che potrà essere definito tale come la cosa più ovvia della quotidianità, si raggiungerà solo quando non sarà più necessaria alcuna festa né tutela speciale, quando la donna sarà riconosciuta, serenamente e quotidianamente, come essere umano. Semplicemente un essere umano.
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(9 marzo 2026)
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