di Giovanna Di Rosa
Dopo essersi lasciato andare al lazzo del secolo, il famoso tweet con la “z” maiuscola che gli è costato l’espulsione dal M5S, a Petrocelli restava solo una possibilità: resistere. A qualsiasi costo. Del resto il M5S del 2018 solo una cosa chiariva: che chi era stato eletto avrebbe difeso le proprie posizioni, per quanto impresentabili, con le unghie e coi denti perché chi era lì c’era arrivato solo per ambizioni personali e non per spirito costruttivo.
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Petrocelli fa parte di quel M5S lì, quello del 2018, che oggi non è più quello stesso movimento, è diventato a tutti gli effetti un partito, sta al governo ininterrottamente dal 2018, ed è costretto a fare i conti con chi nel 2018 ha eletto sull’onda protestataria scatenata da gommoni, traversate dello stretto, e schizzi d’acqua dal palco.
Ed è proprio la difesa ad oltranza del proprio punto di vista, l’unico che evidentemente conta, a spingere Petrocelli ad essere presidente di una commissione che non esiste più, essendosi dimessi tutti i suoi membri proprio per suggerirgli di lasciare la poltrona, e continuare a resistere in sfregio alla politica, al buon senso, all’opportunità, alla figuraccia, a quel movimento che lo ha eletto. E al vuoto che quella commissione vuota gli rimanda.
De resto è sempre meglio essere presidente di una commissione vuota che non esserlo, in questo paese dove le uniche cose che sembrano contare solo le cariche. Soprattutto quando si grida ai quattro venti che di cariche non se ne vogliono.
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(5 maggio 2022)
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