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HomeGiustappunto!Quel fenomeno di Ronnie O’ Sullivan #giustappunto di Vittorio Lussana

Quel fenomeno di Ronnie O’ Sullivan #giustappunto di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana

Questa settimana riteniamo doveroso occuparci di un fenomeno che ha un nome e cognome: Ronnie O’ Sullivan, un giocatore di biliardo divenuto in questi giorni, per la settima volta, campione del mondo di snooker, la specialità più amata nel Regno Unito e in tutto il mondo anglosassone. Si tratta di una disciplina europea che si pratica con la stecca, caratterizzata da un castello di 22 biglie: 15 rosse disposte a triangolo, altre 6 di vari colori (la gialla, la marrone, la verde, la blu, la rosa e la nera, ndr) insieme, ovviamente, alla bianca.

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Negli ultimi anni, questo sport ha cominciato a essere conosciuto anche al di fuori dei Paesi del Commonwealth, grazie a una poderosa copertura televisiva e al fatto che, nei maggiori tornei internazionali, si vincono montepremi particolarmente elevati. Tra questi, ovviamente, c’è il campionato del mondo, vinto in questi giorni da Ronnie O’ Sullivan per la settima volta dopo un drammatico spareggio finale contro il connazionale inglese, Judd Trump.

Ne parliamo, ovviamente, un po’ per distrarci dall’attualità della guerra in Ucraina e un po’ perché risulta corretto portare alla ribalta questo campionissimo del biliardo, Ronald Antonio O’ Sullivan, figlio di un irlandese e di un’italiana, che sin da giovanissimo è presente in tutti i principali tornei del ranking internazionale di categoria, compresi quelli asiatici. In rete e sulla piattaforma Youtube impazzano da tempo i video dei suoi break (qui da noi, la spaccata, ndr). E cioé quelle partite in cui, a un certo punto, uno dei due giocatori inizia a imbucare le bilie tutte consecutivamente, una dietro l’altra, calcolando le uscite della bianca – che nel Commowealth sono definiti shots – dopo aver colpito quelle colorate in alternanza: una bilia rossa, che una volta imbucata esce definitivamente dal gioco e un’altra di diverso colore, che invece viene riposta in una posizione prestabilita, a parte qualche circostanza particolare da un giudice-arbitro.

Ogni bilia ha un proprio valore, in termini di punteggio. Ma se uno dei due giocatori riesce a eliminare dal tavolo tutte le rosse alternandole con la nera, che è la bilia che vale di più (7 punti) e che dev’essere imbucata per ultima, si raggiunge il break, ovvero il punteggio massimo possibile previsto nella specialità (147 punti).

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Ronnie O’ Sullivan, inoltre, è famoso per la velocità con cui consegue i suoi spettacolarissimi break: una caratteristica che ha condotto appassionati e critici di questa specialità a soprannominarlo The rocket (letteralmente: il razzo, ndr). Ma O’ Sullivan, questo dobbiamo dirlo, è soprattutto un giocatore di biliardo ormai completo, poiché anche in altri tiri specifici ha dimostrato di non avere punti deboli: egli imbuca le bilie anche da lontano; nei giri di sponda è bravissimo; in difesa, spesso e volentieri individua delle soluzioni che intrappolano il giocatore avversario; nelle uscite della bianca, gli shots, è addirittura geniale,. Durante i suoi incontri, certe volte i giornalisti sportivi calcolano in anticipo il giro, ovvero la traiettoria ideale della bianca, posizionandola nel punto migliore per poter proseguire il gioco. E quel che lascia tutti quanti a bocca aperta è la capacità di questo campione italo-britannico di effettuare la giocata ideale con una precisione entusiasmante.

Anche le soluzioni più innovative o fantasiose sono una sua particolarità: quando le bilie sul tavolo si posizionano male, come si dice in gergo, O’ Sullivan ha sempre la capacità di uscire dalle difficoltà imposte dal caso o dalla contingenza, individuando la soluzione per riportare la partita al massimo grado possibile di linearità. Infine, quando O’Sullivan si scalda, ovvero entra in quel momento di esaltazione che aumenta la sicurezza psicologica di un giocatore, egli è in grado di imbucare le bilie e di pulire totalmente il tavolo con tiri assolutamente spettacolari, precisi ed efficaci. Avendo io stesso praticato il biliardo negli anni giovanili, posso assicurare che Ronnie O’ Sullivan e le sue soluzioni di gioco sono proprie quelle che, idealmente, un giocatore medio sogna di realizzare. A noi comuni mortali, alcuni tiri riescono solamente ogni tanto, anche nei periodi di buona forma o di pratica costante della specialità, la quale pretende una certa dedizione, come nel caso del tennis. Invece, per Ronnie O’ Sullivan tutto è possibile. E ogni tipologia di colpo è semplicemente un’alternativa di gioco come un’altra: beato lui…

Insomma, nel biliardo ci sono palle facili e difficili. Ma per Ronnie O’ Sullivan tutto diviene, quasi sempre, molto semplice. E molti dei giornalisti sportivi, ormai appassionati da questa specialità, seguono questo campione sin dalle prime sfide eliminatorie dei vari tornei per comprendere se il razzo è in forma e se il tabellone lasci intravedere, nelle sue fasi finali, la possibilità di assistere a una serie di incontri spettacolari. Perché quando Ronnie è in forma e magari, sin dai primi turni, si presenta con un break da 147 punti, spesso ottenuto in meno di 5 minuti di gioco, allora sai che stai per assistere a grandi cose. E devi esserci, professionalmente.

Nel gioco del biliardo, molti appassionati criticano chi utilizza molto spesso i colpi a effetto. Ci sono giocatori, infatti, assai difficili da incontrare, poiché tatticamente duttili, che non impostano le partite sulle capacità tecniche del proprio stile di gioco, ovvero su un’idea estetizzante. Dunque, molti incontri sono difensivi, insidiosi, addirittura noiosi. Come capita nel calcio, quando certe squadre sono consapevoli di essere più deboli e si chiudono a riccio. Ma anche questo è un punto a favore di Ronnie O’ Sullivan: pur conoscendo, come tanti giocatori del suo livello, la possibilità di utilizzare dei tiri ad affetto, come per esempio il colpo sotto – si chiama proprio così – che aiuta la bianca a tornare indietro dopo aver colpito una bilia qualsiasi, riposizionandosi in un punto strategicamente vantaggioso, questo campione italo-britannico molto spesso si lascia andare a un gioco più spettacolare, meno forzato, nella felice consapevolezza di poter uscire da qualsiasi situazione, anche la più difficile.

Bisogna dunque salutare questo fenomeno del biliardo, Ronnie O’ Sullivan, divenuto in questi giorni campione del mondo di snooker per la settima volta: egli sta riportando alla luce uno sport nobile, per lungo tempo decaduto ai margini delle bische di periferia delle nostre metropoli, pur possedendo una storia e una discendenza assolutamente aristocratica. Non si tratta, insomma, di un riflusso verso Lo spaccone di Robert Russen: un film del 1961 che affronta tematiche soprattutto sociali, relegando il biliardo come tema di sfondo nonostante le famosissime scene della lunga sfida notturna tra un giovane Paul Newman e il grande Minnesota Fats.

In questo caso, non ci ritroviamo immersi nell’umanità emarginata e corrotta delle periferie urbane, che utilizza il biliardo come gioco d’azzardo o al fine di alimentare un sottobosco di scommesse clandestine: questa resurrezione sta avvenendo tramite l’esaltazione di una specialità ottocentesca, che impegnò addirittura il futuro capo del Partito conservatore inglese, Neville Chamberlain, alla stesura del suo regolamento e nell’organizzazione dei primi tornei. Grazie a Ronnie O’ Sullivan, il biliardo sta recuperando il posto e il ruolo che socialmente gli spetta: quello di una disciplina liberal, che esalta l’arte, affina la strategia ed educa, anche sotto un profilo puramente pedagogico, a calcolare tutte le possibili conseguenze degli atti e delle scelte che il singolo individuo è chiamato, quotidianamente, ad assumere. Complimenti e grazie di cuore, Ronnie O’ Sullivan.

 

(5 maggio 2022)

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