Dall’emergenza sanitaria allo stato di guerra #lorenzamorellocè

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di Lorenza Morello, #lorenzamorellocè

Se c’è un pregio della situazione contingente italiana è quello di aver realizzato qualcosa di mai accaduto prima in Italia: il bipolarismo perfetto. Il Paese è infatti spaccato radicalmente in due: da una parte troviamo quelli che definirei i “dogmatici”, i sostenitori oltranzisti del potere cieco, quelli per i quali le notizie non si approfondiscono né si verificano ma si accettano in quanto tali, e che a fronte di queste notizie (non approfondite peraltro nemmeno dai giornalisti a cui per mesi sono giunte veline in ciclostile ed è stato negato l’accesso a tutti i luoghi salienti per la trattazione della questione sanitaria) legittimano ogni limitazione costituzionale come un Verbo calato dall’alto; e dall’altro lato gli “scettici”, quelli a cui fin da subito è parso che non tutto fosse come veniva raccontato, e che per questo sono guardati con timore dai dogmatici e osteggiati dal governo che vede, in questi, i nemici giurati per poter continuare a perpetrare lo stato di fatto che, nel caso di specie, si chiama “stato di emergenza”.

Giuridicamente, lo “stato di emergenza”, temine a cui ahinoi siamo tutti diventati avvezzi da oltre 18 mesi a questa parte, è una particolare situazione all’interno di uno Stato che comporta l’emanazione di norme e/o restrizioni per fronteggiare una particolare emergenza da parte del Governo.

La Costituzione italiana non prevede disposizioni in merito all’emergenza sanitaria: pertanto lo stato di emergenza sanitaria è stato deliberato in forza della Legge n. 225/1992 sulla Protezione Civile dal solo Presidente del Consiglio dei ministri, senza il coinvolgimento nella decisione del Parlamento nonostante siano state derogate libertà fondamentali, coperte da riserva di legge.

Inoltre, lo stato d’emergenza nazionale, come previsto dall’articolo 24 del decreto legislativo 1/2008, non può superare i 12 mesi ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi. L’attuale stato d’emergenza per motivi legati al Covid 19, dunque, attualmente prorogato al 31.12.2021 è prorogabile massimo fino al 31 gennaio 2022.

E allora ecco che si fa forte, tra le fila di un potere che da troppo tempo non passa più per le urne, la necessità di trovare una nuova legittimazione per perpetrare lo stato autoritario in cui il Paese è precipitato (talmente autoritario che una repubblica fondata sul lavoro ora chiede ai lavoratori un certificato aggiuntivo per poter lavorare e chi si oppone a questa richiesta passa lui per fascista).

Ebbene, l’evolversi della situazione di questi ultimi giorni potrebbe proprio fornire il pretesto per la proroga, con motivazione differente, dello stato di emergenza. L’art. 78 della nostra Costituzione prevede infatti lo “stato di guerra” e sancisce che il Parlamento decide lo stato di guerra conferendo al Governo i poteri necessari, cioè strettamente proporzionati all’evento da fronteggiare.

Le manifestazioni di questi giorni hanno già -guardacaso- riempito le pagine dei media e le bocche degli opinionisti con la parola “guerra”.

È doveroso peraltro sottolineare che si sarebbe già potuto utilizzare questo modello uniformando lo stato di guerra a quello di emergenza sanitaria, di tal guisa il Governo non sarebbe stato libero di emanare atti fonte secondari, i Dpcm, legittimati da fonti primarie, i decreti-legge ex art.77 Cost., conferendo in tal modo poteri di amplissima discrezionalità al solo Premier.

A ciò si aggiunga che, a fronte dell’emergenza sanitaria, è apparsa sempre più nitida sin dall’inizio l’esigenza di creare un equilibrio tra poteri, un’adeguata dialettica tra Governo e Parlamento per derogare in maniera non troppo drastica alle libertà fondamentali dei cittadini. Ma anche i richiami del Capo dello Stato all’abuso della decretazione d’urgenza sembrano caduti nel vuoto.

Forte è pertanto l’esigenza di ricondurre l’emergenza entro il modello dello Stato di diritto, basato sul principio di legalità, la separazione e l’equilibrio dei poteri: per fare ciò e per evitare ulteriori derive arbitrarie, occorre garantire la centralità dei Parlamenti nazionali in modo da non lasciar liberi i Governi di ergersi a Signori delle Fonti derogando con misure adottate unilateralmente, non proporzionate e non democratiche, l’assetto dei diritti fondamentali. In Italia abbiamo avuto sin da subito una gestione prevalentemente governativa dello stato di emergenza, con una marginalizzazione del ruolo del Parlamento.

Per quanto riguarda le limitazioni ai diritti fondamentali, si osserva come solo la legge può derogare a diritti costituzionalmente garantiti, affinché la decisione restrittiva sia presa dai rappresentanti dei cittadini. La legge è manifestazione di volontà delle camere parlamentari, e le camere parlamentari sono gli organi che più di ogni altro assicurano un elevato grado di rappresentatività del corpo elettorale e di pluralismo. È bene che ricomincino a farlo, tanto più che sono ancora tutti seduti lì insieme (senza aver ancora ridotto il numero come deliberato nel 2019) o saranno tacciabili di tradimento del patto democratico, che li vuole rappresentanti del popolo e non zerbini del primo ministro.

 

(14 ottobre 2021)

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