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74ª Mostra Internazionale di Arte Cinematografica: interessantissimo Hirokazu

di Emilio Campanella, #Venezia74

 

 

Sandome no Atsujin (The thirth murder) di Kore-eda Hirokazu, in concorso. Il terzo assassinio, forse, perché nulla è sicuro in questa vicenda, e nessuno dice la verità, come sentenzia una ragazzina al centro di questa cupa e misteriosa storia. All’inizio assistiamo ad un omicidio in cui la vittima viene cosparsa di benzina e bruciata. L’assassino in carcere incontra uno staff di avvocati che sostituisce il precedente e che cerca di trovare delle motivazioni per smontare l’impianto accusatorio. Viene detto che l’assassino reo confesso è una persona che mente in continuazione e smentisce, trasforma le dichiarazioni, modifica le versioni. Il film, formalmente rigorosissimo si svolge praticamente quasi tutto in interni, fra lo studio degli avvocati, il carcere, quasi essenzialmente, e pochi altri luoghi dove si svolgono le indagini. E’ un po’ in un certo modo un film giudiziario, ma con un notevole lavoro di sceneggiatura che delinea, attraverso i dialoghi, i caratteri.

Se nella prima parte, l’attenzione è messa alla prova dal susseguirsi di elementi che vengono proposti, in seguito, la faticosa ricerca della verità – di una verità che possa aiutare ad allontanare una condanna a morte – costituisce la suspence del film, se così si può dire. Uno degli avvocati, separato, ha una figlia adolescente che ogni tanto combina qualcosa, ed ha un evidente un bisogno di attenzione. Quella dell’omicida vive lontano e sembra non aver desiderio di riavvicinarsi al padre. La figlia della vittima accusa il padre assassinato di stupro reiterato. Evidentemente ci viene suggerito un forte conflitto generazionale fra padri e figlie. Non ci si ferma qui, ad ogni incontro, l’imputato aggiunge una nuova visione della storia di cui è protagonista. Dipendente sfruttato, data la sua storia giudiziaria pesante, suggerisce di aver ucciso su spinta della vedova… Assicurazione? Tangenti? Poi non esclude di aver voluto aiutare la ragazzina, liberandola dal padre mostruoso. Mah… a chi credere? Che cosa credere? E tutto questo, comunque, per allontanare lo spettro della pena capitale. La lettera di scuse dell’assassino, viene strappata, senza essere aperta, dalla vedova, e questo viene giudicato crudele. Visioni un po’ differenti dalle nostre, bisogna dirlo, come la considerazione della pena di morte, un punto di vista, per fortuna, molto lontano da noi.

Una pellicola assolutamente non facile, e che richiede moltissima attenzione da parte dello spettatore, per l’importanza delle parole, la sottigliezza dei giri di frase. Interessantissima la presenza del padre dell’avvocato, ex giudice, che su richiesta del figlio produce i faldoni del processo in cui aveva risparmiato la vita all’imputato attuale, il quale aveva scontato trent’anni. Pentimento, dubbio. Afferma che quello, forse, fu un errore, siccome ha permesso la nuova uccisione di cui ci si sta occupando. Verso la fine, l’accusato ritratta la confessione che dice essergli stata suggerita ed imposta dal precedente avvocato… Sarà vero? Si dichiara innocente dell’omicidio, afferma che la fabbrica per cui lavorava compiva frodi alimentari…la difesa si trova ulteriormente compromessa. Nell’ultimo incontro in carcere, un serrato confronto fra due uomini: l’imputato ed il difensore, su temi fondamentali che li coinvolgono.

 




 

(6 settembre 2017)

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