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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: su Bettino Craxi il giudizio della Storia rivela le nostre ipocrisie

di Vittorio Lussana   twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

A 17 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi comincia a emergere, finalmente, un giudizio storico più ‘bilanciato’ intorno ai suoi meriti ed errori politici. Tra questi ultimi, possiamo certamente annoverare una certa ‘sbadataggine’ nel fidarsi di soggetti inqualificabili; l’aver lasciato entrare nel Psi ‘la qualunque’ pur di far levitare il dato elettorale del Partito, senza sorvegliare l’arrivo di faccendieri e arrampicatori di ogni genere e tipo; l’aver scambiato il ‘rampantismo’, cioè un tipo di ambizione disgiunta rispetto ai meriti, per un risvolto fisiologico della modernità. Tuttavia, le difficoltà ad accettare un giudizio meno ‘radicale’ nei confronti della sua figura politica derivano da una mentalità degli italiani sempre pronta a gettare oggi nella polvere chi si è esaltato sino a ieri. Il ‘marchio’ dell’indegnità, qui da noi viene ‘affibbiato’ con troppa facilità, poiché è l’ipocrisia il dato di fondo che più ci caratterizza come popolo. Nel caso di Bettino Craxi, in particolare, ci troviamo di fronte a una vera e propria ‘sovrapposizione’ di ambiguità, poiché assieme a un’ipocrisia umana, superabile tramite un qualsiasi dato di fatto, viene volutamente sommata un’ipocrisia politica, finalizzata a ‘sorvolare’ i punti fondamentali di una questione che svelerebbe per intero le cause della nostra attuale situazione: a) il contesto di ‘provenienza’ del sistema politico italiano della prima Repubblica, che senza i Partiti non era in grado nemmeno di ‘respirare’. Nella prima Repubblica, i Partiti politici non erano semplici ‘collettori’ di consenso o mere sedi di elaborazione programmatica, bensì si occupavano anche di fornire un sostegno concreto alle proprie comunità. I comunisti trovavano un impiego grazie a un ‘compagno’ che li segnalava presso la direzione nazionale del Partito; i socialisti erano costretti a sostenere le campagne elettorali di molti candidati, provinciali e comunali, non sempre in grado di reggere finanziariamente tali competizioni; i democristiani possedevano un sottobosco di incarichi e sottoincarichi di governo, nazionali e locali, che garantivano notabili e quadri intermedi, consentendole di ammortizzare quei ‘costi’ che assicuravano la sua stessa esistenza. I Partiti della prima Repubblica, insomma, facevano questo genere di cose: soccorrevano famiglie in difficoltà; trovavano posti di lavoro stabili; consentivano a un proprio simpatizzante la possibilità di crearsi una famiglia e così via; b) in secondo luogo, il capitalismo italiano si è sempre imperniato attorno a due grandi ‘classi’ aziendali: una borghesia industriale assai ristretta e conservatrice, spesso in grave debito nei confronti dello Stato e delle scelte politiche di numerosi esecutivi, opposta a un ceto produttivo ‘medio–piccolo’, abituato a cavarsela da solo rimboccandosi le maniche e persino ad assorbire le cicliche crisi occupazionali e i vari esuberi delle imprese maggiori. Questo capitalismo ‘sano’, che definisco da sempre ‘interstiziale’ poiché capace di creare occupazione e benessere anche in piccolissimi ‘interstizi’ dei nostri mercati interni o di quelli internazionali, in Italia incontra sempre delle vere e proprie ‘barriere d’entrata’, tese a impedire nuove forme di concorrenza effettiva al fine di bloccare nuove espansioni, soprattutto nei comparti produttivi interni. La tendenza di numerose imprese a delocalizzare la propria produzione all’estero, da molti ingiustamente criticata, non rappresenta nient’altro che una logica ‘valvola di sfogo’: una scelta obbligata, causata dalla presenza di una ‘oligarchia’ che ha sempre fatto e disfatto quel che le è parso e piaciuto, che ha finanziato i Partiti e la politica per poi liberarsene al primo ‘stormir di fronde’, scagliando accuse miste a giustificazioni a destra e a manca. La Democrazia cristiana risultava inamovibile grazie al proprio cinquantennio di gestione del potere, godendo, oltre a ciò, di finanziamenti di provenienza americana (così come il Pri e il Pli); il Pci godeva dell’appoggio finanziario dell’Unione sovietica, attraverso una serie di fondi che, non appena vennero a mancare, costrinsero il Partito a indebitarsi pesantemente; il Psi, infine, aveva poco o niente di tutto questo, se non una ‘domanda’ proveniente da alcuni ceti emergenti del nord’Italia affinché venissero rilanciati e sostenuti quei ‘quarantenni’ tenuti sotto ‘scacco’ dai ‘poteri forti’. Un’analisi che non si vuol fare per non dover ammettere come il nostro ‘sistema-Paese’ venga mantenuto ‘sott’acqua’ da una ‘borghesia’ priva di scrupoli, che ieri foraggiava i Partiti in cambio di aiuti e ‘aiutini’ e che oggi, dopo aver letteralmente distrutto la politica, propone un sistema basato su ‘relazioni personali’, bacini sulla fronte, ‘pacche’ sulle spalle, ‘cordate’ di imprenditori che ‘saltabeccano’ da questo a quel politico, da questo a quel Partito, da questa a quella coalizione. Insomma, si è fatto ‘saltare’ un sistema senza che questo venisse sostituito da uno nuovo, realisticamente alternativo. E si continua a far credere che i problemi siano stati causati dai leader dei Partiti della prima Repubblica, senza rendersi conto che il modello sostanzialmente ‘feudale’ della nostra democrazia rappresentativa è rimasto perfettamente ‘in piedi’, se non addirittura sotto forme degenerative. Bettino Craxi gestiva un potere vero e concreto, ma sapeva anche farlo funzionare. Fatti saltare quei meccanismi è venuta a mancare ogni genere di ‘assistenza’ nei confronti del Paese ‘reale’. In ciò, proprio il Partito democratico sta vivendo una crisi paradossale, poiché stenta ancora a comprendere come, in Italia, sia stata assassinata ogni forma di politica sociale da parte di un giustizialismo astratto, a lungo sostenuto da tutti i media e delle varie forme di populismo becero e arrogante insinuatesi nel ‘circuito’. Ha vinto il motto ‘ognuno per sé’: una logica puramente autoreferenziale che, per definizione, favorisce chi ha più mezzi, chi è più forte, chi è in grado di sostenere un’eterna guerra per ‘bande’ o una campagna elettorale perenne. Bettino Craxi è stato, in realtà, l’ultimo vero leader della sinistra italiana e un ottimo presidente del Consiglio. I comunisti avrebbero dovuto capire allora quel che non hanno mai voluto comprendere. E cioè che Craxi era un uomo in gamba, con una cultura profondissima, che ha preso decisioni le quali, talvolta, persino nel suo Partito non venivano comprese immediatamente: fu ‘atlantista’ quando divenne necessario essere tali; e fu ‘antiamericano’ allorquando gli Stati Uniti cercarono di trattarci come una ‘provincia dell’Impero’. Il dettato della sua politica estera è ancora tutto ‘in piedi’: l’Italia ha un proprio destino di media-potenza del Mediterraneo, in cui un nuovo socialismo-laico può svolgere una funzione di contenimento, di dialogo, addirittura di secolarizzazione nei confronti del mondo islamico, senza costringerci a pericolosi arretramenti tradizionalisti, senza dover ricorrere a oscurantismi che ci avvicinano pericolosamente verso un nuovo scontro di civiltà.

 

 

(2 febbraio 2017)

 




 

 

 

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