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martedì, Dicembre 7, 2021

Il Cercopiteco di Gianfranco Maccaferri: “Paura di Morire”

 

 

 

 

di Gianfranco Maccaferri   twitter@gfm1803

 

Gianfranco Maccaferri 04

Da ragazzo feci quasi morire dal ridere Yves Montand e i suoi amici mentre giocavano a pétanque.

 

Era l’inizio degli anni ottanta ed ero per lavoro a Saint Paul de Vence, al Colombe d’Or, il ristorante all’ingresso del paesino, con accanto i campi di bocce. Mi ritrovai per motivi fortuiti mescolato a quegli uomini adulti, che a me sinceramente sembravano dei vecchi, e dopo alcune bevute dissi a Yves Montand: – Da ragazzino mi piacevano i film western e così andai a vedere il film “E’ simpatico ma gli spaccherei il muso”, ci andai per intuito, il titolo era in linea con gli spaghetti-western, non mi soffermai a guardare le foto dei manifesti, entrai in sala e mi sedetti in attesa di vedere sparatorie, duelli, scazzottate alla Bud Spencer e Terence Hill. Invece mi ritrovai a vedere Romy Schneider, te (Yves Montand) e Sami Frey. Fu il primo film francese che vidi, la prima commedia sentimentale, il primo racconto di un amore non prestabilito.

 

Yves Montand azzardò che probabilmente avevo sbagliato sala o che il tecnico aveva distrattamente sostituito la pellicola… Io risposi di no, che era proprio quello il film in programma: “E’ simpatico ma gli spaccherei il muso”. Lui pensò che io fossi ubriaco o deficiente… me ne resi conto dal suo sguardo, poi improvvisamente scoppiò a ridere fragorosamente ricordandosi che era vero, che i distributori italiani avevano modificato il titolo del film per renderlo vendibile in Italia. Quando disse al gruppo di amici di quale film si stava parlando tutti esplosero in risate coinvolgenti.

 

Il titolo originale era: “César et Rosalie”.

 

L’incontro fortuito proseguì con l’aperitivo e il tempo trascorse sghignazzando sul come in Italia si aveva paura di chiamare le cose con il loro vero nome, sul come all’inizio degli anni settanta la censura morale era talmente radicata nella testa dei distributori italiani che anche i titoli potevano indurre a cattivi pensieri e così venivano addomesticati. Io ricordai che negli anni sessanta e settanta la censura italiana fu incredibilmente dura con molte offerte culturali o di intrattenimento francesi e scelsi come esempio la canzone “Je t’aime… moi non plus” cantata da Gainsbourg con la sua compagna Jane Birkin. Spiegai a Yves Montand e ai suoi amici che la canzone fu pubblicata in Italia con la scritta “Vietato ai minori di 18 anni” in evidenza sulla copertina. Fu censurata dalla Rai che arrivò persino a vietare a un conduttore radiofonico di nominare il titolo e la posizione nella classifica delle vendite. E infine un Procuratore della Repubblica ordinò il sequestro e la distruzione del disco su tutto il territorio nazionale per “oscenità”. Le risate proseguirono sino all’ora in cui tutti si ritirarono e quando mi ritrovai solo ebbi la sensazione di aver trascorso una giornata davvero divertente insieme a dei simpatici vecchietti straordinari.

 

Che i distributori cinematografici italiani, terminata l’epoca censoria, abbiano comunque una pessima opinione sulle capacità intellettive e di scelta autonoma dei cinefili è purtroppo vero. Questo succede soprattutto se nei titoli c’è un riferimento alla “morte” in film che però non sono polizieschi: gialli, noir, horror o film drammatici…

 

“Dead Poets Society” è diventato “L’attimo fuggente”,

“To Kill A Mockingbird” si trasforma in “Il buio oltre la siepe”,

“La Fille coupeé en deux” diventa nelle nostre sale l’insostenibile “L’innocenza del peccato”,

“Before the Devil Knows You’re Dead” si è trasformato in “Onora il padre e la madre” e molto recentemente “Kill your darlings” è stato aggiustato in “Giovani ribelli”.

 

Tutti esempi presi dai titoli di film, certo, ma sono utili esempi per introdurre la più straordinaria omissione della morte o della “morte della bellezza” da parte di un importante editore che oggi ha ritenuto commercialmente funesto proporre al pubblico italiano un romanzo che con un titolo esplicito parli di vecchiaia, di decadimento della bellezza fisica, della perdita di sensualità e di attrazione sessuale, un titolo che cita l’imminenza della morte. Per il libro “Fear of dying” cioè “Paura di morire”, l’editore Bompiani ha pensato bene di inventarsi un titolo assurdo “Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato”. Così va l’italica cretineria.

 

Erica Jong è l’autrice del libro, una delle scrittrici più famose nel mondo con oltre 27.000.000 di copie vendute grazie al libro “Paura di volare” scritto ben 42 anni fa. Sicuramente alla Bompiani hanno il dirigente del marketing e quello dell’editing, che poi è un revisore editoriale, capaci di “sentire” e interpretare quello da cui l’italico lettore è attratto, ma in questo caso perdere la continuità con il romanzo di 42 anni fa è davvero commercialmente assurdo.

 

Erica Jong, alla scoperta dell’incoerente titolo scelto per la distribuzione italiana, si è arrabbiata, ha criticato pubblicamente la scelta dell’editore, ha infine sostenuto che la paura dell’editore è stata esattamente ciò che lei ha descritto anche ironicamente nel nuovo romanzo: la paura di invecchiare crea un fastidio anche solo nel parlarne. Il trasformismo del titolo italiano è sicuramente la prova di quanto lei sostiene: l’omissione in copertina di qualsiasi riferimento al decadimento fisico è significativo di quanto la morte ci fa paura, di quanto non la accettiamo e ne fuggiamo.

 

O forse. Proprio per questo, hanno ragione alla Bompiani?

 

Nel nostro mondo a 60/70 anni occorre essere efficienti, fare sport, essere come, e anche meglio di, un quarant’enne; a 60/70 anni abbiamo ancora molta vita davanti e soprattutto ancora la possibilità di affascinare, attrarre, stregare… Non per la maturità della persona, ma per l’aspetto fisico, per la bellezza esteriore. Alla Bompiani sicuramente sanno che un libro che affronta i momenti in cui la pelle si fa flaccida, i seni diventano tragicamente insostenibili, i muscoli mollicci e quando le rughe segnano la vecchiaia e non l’interesse per il vissuto… Così che il dramma si impadronisce della mente e si rifugge da qualsiasi riferimento alla realtà del proprio corpo e si decide quindi nessuno comprerebbe un libro che parla di questo.

 

Erica Jong ha descritto minuziosamente tutto ciò, ma molto intelligentemente, ha usato tantissima ironia, quindi alla Bompiani hanno pensato di puntare sull’umorismo anche nel titolo. Personalmente se vedo un nuovo libro della Jong intitolato “Paura di morire” lo compro, mi fido, ma se il nuovo libro si intitola “Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato”, mi faccio una risata e lo scarto dalla scelta.

 

L’Italia della vita giovane sempre e comunque, che rifugge dalla morte, dal decadimento della bellezza estetica, ha pensato di fare un film sul libro di Erica Jong e probabilmente Gabriele Muccino ne sarà il regista. Annamo bbene. Ma il film non sarà tratto da “Paura di Morire”, racconto assolutamente attuale e molto cinicamente ironico, ma da “Paura di volare”, il best seller di 42 anni fa, quando la protagonista aveva vent’anni e…

 

Erica Jong si ostina nelle interviste a ripetere: «Se una donna si affida solo alla bellezza, allora l’età non è sua amica. Ma se sviluppa il cervello, le capacità, le abilità e i talenti, l’età può essere una benedizione». Ma niente, i produttori italiani ignorano il messaggio e vogliono la ventenne con le cerniere che si abbassano anche quando è in volo.

 

Come vorrei ritrovarmi a Saint Paul de Vence a giocare a pétanque con Yves Montand per rivederlo ridere sino ad avere le lacrime agli occhi, raccontandogli questa idiozia moderna che chiamano marketing, ma rimane censura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(16 dicembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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