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Ci sono imprese e imprese… Strategie da podestà affossano le aziende

Lorenza Morello 05di Lorenza Morello twitter@MorelloAPM

In Italia le aziende chiudono, oltre che per la crisi internazionale iniziata come noto dai subprime del 2008, per mancanza improvvisa di liquidità, problemi fiscali (è stato stimato che tra imposte, tasse dirette e indrette e balzelli vari la pressione fiscale supera l’80%. Su 252 giornate lavorative, 103 riguardano scadenze fiscali, con il record del mese di luglio che prevede ben 45 scadenze. Secondo Confesercenti, seguire tutte queste pratiche costa 285 ore di impegno alle aziende italiane) e burocrazia asfissiante. Fattori, questi, legati a Banche e Governo di cui si è già ampiamente detto e dibattuto.

Nel primo trimestre del 2014 hanno chiuso 3.600 imprese, circa 40 aziende al giorno hanno dichiarato fallimento (+22% sullo stesso periodo del 2013), quasi due ogni ore.
In deciso aumento (+34,75%) sul primo trimestre dello scorso anno) anche le procedure di concordato, arrivate a quota 577.

L’incremento riguarda tanto le aziende strutturate in società di capitali (+22,6%), sia in società di persone (+23,5%) e imprese individuali (+25%), mentre resistono le imprese costituite in cooperative e forme consortili, il cui ricorso alle procedure è risultato in calo di quasi il 2%.
In termini di settori, tra gennaio e fine marzo una procedura fallimentare su 4 ha coinvolto aziende operanti nel commercio, +24%, ma nello stesso periodo colpisce il vistoso balzo del manifatturiero (+22,5%), che lo scorso anno aveva fatto registrare un significativo calo del fenomeno: in soli tre mesi, evidenzia lo studio, hanno cessato attività per fallimento ben 763 imprese industriali.
Stesso trend per l’edilizia, che ha chiuso il primo trimestre 2014 con 771 nuove procedure avviate, in aumento del 20,1% sui primi tre mesi del 2013.
In termini geografici, l’aumento dei fallimenti, e del ricorso alle altre procedure previste dall’ordinamento, riguarda l’intero territorio nazionale, con Nord Ovest (+22,8%), Centro (+23%) e Mezzogiorno (+27,8%) sopra la media nazionale e il solo Nord-Est (+12,5) sotto.
In valore assoluto, i dati regionali indicano la Lombardia come la regione con il più gran numero di procedure fallimentari aperte (808) nel primo trimestre di quest’anno, seguita da Lazio (364) e Toscana (293).
Gli aumenti più consistenti hanno riguardato invece Abruzzo, Liguria, Puglia, Umbria e Marche.
In controtendenza, infine, Basilicata (-17,6%), Molise (-9,1%) e Calabria (-2,4%)

Guardando, ora, la situazione intra moenia, possiamo scorgere anche problemi di gestione che, da soli, possono portare al collasso anche la più florida delle realtà aziendali che, nonostante i problemi di cui sopra, avrebbe spazio d’azione.

La mentalità ottocentesca di taluni imprenditori nostrani, non si limita alla scarsa dimestichezza con gli strumenti di innovazione tecnologica (dall’impresa che ignora l’uso e l’importanza sui social network ai negozi che rifiutano il pagamento con la carta di credito, di esempi se ne possono fare a dozzine, compreso lo scarso uso della videoconferenza che potrebbe ovviare, come noto, a ormai quasi sempre inutili spese di trasporto e di tempo) ma va ad incidere in toto sulle politiche aziendali dove, anche davanti a dati allarmanti, la “sfera padronale” nega il problema quasi che l’ammissione fosse un oltraggio al proprio orgoglio personale.

Non riconoscendo le proprie carenze strutturali, purtroppo, spesso si condanna a morte certa  anche la più florida delle imprese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(6 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Lorenza Morello 2014
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