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Il Manganello de La Karl du Pigné: “Omofobia?”

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La Karl Du Pigné 03di La Karl du Pigné

A causa della calura estiva che ormai la fa da padrona in questi primi giorni di luglio, mi piace stare a casa e, complice un po’ di venticello che riesco a creare lasciando aperte una porta e una finestra, mi godo un week end pieno solo di impegni che posso anche posticipare. Mi fa da sottofondo la colonna sonora di uno dei vari film di Star Trek, tipica programmazione del sabato pomeriggio di non so quale rete. Ogni tanto lancio un’occhiata allo schermo ma, per me che sono un aficionado, tutto sembra ordinario. Eppure si tratta di fantascienza, di quella classica che tutti noi abbiamo incrociato. Distolgo gli occhi dallo schermo tv e torno su questa pagina appena riempita da poche righe e mi chiedo cosa scriverò. Pensavo di puntare il dito, questa settimana, sul solito minestrone talmente trito e ritrito che è ormai diventato una passata: il movimento lgbtqi e la sua coesione. Non quella politica ma soprattutto i legami di solidarietà e condivisione tra i gay, le lesbiche, le persone trans, bisessuali, queer e intersessuali. Perché ogni lettera ne rappresenta un pezzo,e all’interno di ogni pezzo ci sono altre suddivisioni, altre differenze.

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Cerco di fare un po’ mente locale su cos’è che ci accomuna: vengo distolto di nuovo dallo schermo tv e lì ritorno di nuovo alla fantascienza, a un tempo non meglio specificato e alla pochezza di una sceneggiatura che non ho seguito. Già, cosa ci accomuna? Rivendicare diritti che non abbiamo? Si, direi. Combattere i pregiudizi? Ok anche questo. A caratteri cubitali mi si stampa davanti agli occhi la parola “OMOFOBIA”. Ci ragiono un po’ sopra, non perché ci sia da ragionare: è evidente che quando si tratta di noi i pregiudizi, la minaccia verbale e molte volte fisica non rappresentano una rarità. Questo a partire da coloro che ci rappresentano nella politica e nelle Istituzioni. Basta sfogliare un po’ di giornali o cercare nel web e ci rendiamo conto di quanto sia comune trovare il Sindaco, il parlamentare, il vigile urbano o l’impiegato delle poste che ci schifa, che obbietta sulla nostra sacrosanta richiesta di uguali diritti. Ma come lo fa?

Detto che per quanto mi riguarda l’Italia dovrebbe diventare come uno dei tanti Paesi del Nord Europa o gli Stati Uniti d’America, dove avere una colf in nero o aver copiato a un esame universitario ti esclude automaticamente dalla vita politica e sociale e altrettanto se diffami o discrimini persone in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere, in Italia sembra invece che tutto questi rappresenti quasi un valore aggiunto anziché un disvalore. Fantascienza, appunto. Ma torno sul termine omofobia. Il suffisso fobia è chiaro a tutti: dei ragni, dei luoghi aperti, del buio, dei luoghi chiusi, delle piume, dei topi, della minestra, dei piani alti e delle scatole di cartone. Credo che le fobie siano migliaia. Ma quando noi lgbtqi diciamo e usiamo il termine omofobia, lo decliniamo come quell’irrazionale terrore che gli altri hanno alla nostra vista e che sfocia nell’odio, nella minaccia e nella condanna senza se e senza ma delle nostre vite e delle nostre persone, oppure la usiamo anche quando raccogliamo nei nostri confronti obiezioni senz’altro bigotte ed espressioni intolleranti sul nostro stile di vita? E mi chiarisco: se il signore dell’interno sei del mio palazzo non gradisce che una coppia di gay abiti nel suo stesso condominio e lo fa esprimendo una sua opinione, legittima, senza diffamarmi (voi omosessuali siete tutti pedofili, ad esempio) magari dicendo che non apprezza il mio stile di vita o affermando che secondo lui io non posso avere il suo stesso diritto a sposarmi, posso tacciarlo di essere omofobo? O è semplicemente uno stronzo bigotto?

Detto che una risposta pronta alla quattro salti in padella La Karl Du Pigné ce l’ha sempre per tutti, e non in quattro minuti ma in quattro secondi te la sforna calda calda, quello che mi chiedo è se da questo punto di vista qualche cosa il movimento da rimproverarselo ce l’ha. Io penso di si, soprattutto perché in questa storia dell’omofobia molti “personaggi” del movimento ci hanno sguazzato, colpevoli di non aver fatto il bene della comunità per cavalcare i soliti dieci minuti di notorietà sui giornali e in tv e con la complicità dei media amici, altre volte strillando all’omofobia quando di omofobia non si trattava, con dei selfie post trauma a certificare un’aggressione che di omofobo non aveva nulla, essendosi trattato solo di uno scazzo fra marchetta e cliente innamorato (il che non rende il gesto meno esecrabile, assolutamente da condannare, ma è altra cosa). Insomma finchè non avremo chiaro questo concetto e lo condivideremo ampliamente fra noi tutti, credo che il movimento non sarà in grado di passare allo step successivo. Nel frattempo mi riprendo dal caldo consumando avidamente un gelato e vi lascio il compitino per la prossima settimana: omofobia interiorizzata. Anche questa, pura fantascienza.

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(6 luglio 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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