di Vanni Sgaravatti

L’uomo ha la capacità di figurarsi l’assenza, “quello che manca”, che, con la fantasia, può essere immaginato. Una spinta al cambiamento immaginativo, che nasce dal fatto che noi non bastiamo a noi stessi; e ne siamo consapevoli, avendo nella nostra memoria un mondo in cui ci siamo e continuiamo a narrarci come “esistenti”, dentro di esso e fuori di stesso, mentre ci immaginiamo osservatori del mondo. Rispetto agli altri viventi, il nostro pensiero simbolico ci permette di immaginare un mondo diverso da quello presente. Le mucche si stendono all’ombra di un prato e, se ruminano senza particolari provocazioni esterne, possono essere in pace.
L’uomo, dal momento che si siede su una panchina in cima all’ermo colle e osserva la siepe che gli esclude lo sguardo all’infinito, si inquieta, al punto da dover scrivere una poesia per riempire tale inquietudine. Del resto, l’uomo ha uno status di specie particolare: ha doveri, mentre gli animali solo diritti, che solo l’uomo attribuisce loro, perché l’uomo è l’unica specie in grado di nominare sé stessa come appartenente ad una categoria, diversa da quella delle altre specie. Per immaginare un mondo diverso dall’esistente, l’uomo connette gli “oggetti” esistenti, che portano alla luce significati simbolici degli stessi e lo fa tramite analogie. Tutto questo sospinto dall’esigenza di specie di trovare nuovi modi per sopravvivere e sviluppare le proprie propensioni alla sopravvivenza.
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Se le connessioni stanno alla base dell’immaginazione e, quindi, della creatività umana, queste sono, in ambito sociale, anche all’origine del cosiddetto fenomeno del “complottismo”. Se il sistema e qualcuno che lo rappresenta, nel suo agire con ruoli di potere contingentemente assunti, ha interesse ad aumentare tale fenomeno, la strada migliore è cavalcare lo screditamento e la svalorizzazione di tutte le fonti che sono individuate nel cosiddetto mainstream. Così facendo, si cerca di rendere manipolabile l’uomo da parte di chi possiede le tecnologie per proporre fonti credibili, per il solo fatto di essere alternative, così da orientare in qualche direzione, voluta o casuale che sia, chi, insoddisfatto dall’incerto mondo informativo in cui si trova, è alla ricerca di rappresentazioni del reale e di appartenenze sociali (subculture – nel significato tecnico), idealmente condivise, che possano permettere di sentirsi meno insignificanti.
Quelle fonti alternative sono percepite credibili, in quanto si adattano ai propri desideri inconsci, ma che sono conosciuti meglio dalle stesse piattaforme informative che disegnano il mondo in cui siamo da tempo immersi: l’infosfera, come l’ha definita il Prof. Floridi.
Quelle piattaforme che, paradossalmente fanno parte del mainstream che si vorrebbero contestare, ma che veicolano ed incorporano le critiche alle stesse piattaforme, come forma di auto-accreditamento per le culture che si percepiscono come “dissidenti”. Un ruolo, quello delle piattaforme digitali che è ontologicamente ambivalente.
Questa assoluta contraddizione è resa possibile perché le piattaforme-mainstream non mirano direttamente a promuovere un contenuto piuttosto che un altro, la cui contraddizione potrebbe essere facilmente smascherata, ma a rendere manipolabili gli utenti, portandoli dove credono di andare liberamente.
È finita l’epoca, in cui ci narravamo che il potere pianificava nel dettaglio tutti i passi, avendo chiaro i vantaggi dei singoli potenti. È finita l’epoca dell’efficacia epistemologica del pensiero lineare, sia nel sostenere le magnifiche sorti progressive dell’umanità, sia nell’individuazione del male contrapposto al bene. E questo potrebbe essere un bene, se l’umano fosse pronto ad affrontare la sfida, ritornando a condividere il significato, contradditorio per definizione, delle parole, dei significati, dei concetti che emergono nella nostra mente relazionale, così come nel medioevo si passava un anno in un monastero nel cercare di chiarire di cosa si stava parlando, prima di cominciare a discutere nel merito (explicatio terminorum).
Il digitale algoritmico e, nello specifico, l’intelligenza artificiale, potrebbe occupare il ruolo del male del mondo, anche se non è certo più responsabile delle conseguenze prodotte dalla stupidità umana, ma l’immorale algoritmo non è dotato di specifica e malefica intenzionalità. Oltre tutto la stessa parola – intelligenza artificiale – è fuorviante, visto che il mondo disegnato dal digitale a sua misura è quello in cui molte attività complesse possono essere attuate proprio senza il bisogno dell’intelligenza e che, proprio per questo dovrebbe indurci a utilizzare la parola “agente artificiale”.
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In ogni caso, la pervasività della I.A. può portare a modificare e condizionare le nostre modalità cognitive, e, quindi, possiamo attribuirgli un’immoralità di comportamento che potremmo definire non etica dal punto di vista anche epistemologico, quando il risultante design del mondo che ci circonda ci pare più immorale.
Certo non è un agente intenzionale, ma lo potremmo definire immorale sulla base di una nuova etica: “l’etica dell’informazione”: un’etica fondata sulla considerazione che il reale è formato da flussi e concentrazioni informative che generano il senso dell’esistenza e, per questo, meritano un rispetto. Un’etica che è orientato al “paziente” e non solo all’agente (colui che mette in atto l’azione non etica), intendendo per “paziente’ non solo l'”altro”, ma lo stesso “ambiente”, biologico e persino informativo (l’essenza dell’essere) che circonda la “azione immorale”.
In conclusione, se riflettiamo su tutte le questioni connesse: dalla immaginazione umana, alla creatività, alla ricerca dei significati delle parole, alla nuova etica che avanza, potremmo comprendere la portata della metamorfosi che stiamo vivendo.
(14 giugno 2026)
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