di Paolo M. Minciotti

Non fu colpa di Renzi, anzi. Le cose andarono diversamente. Fino ad una mezz’ora prima dell’approvazione la legge sulle Unioni Civili aveva tutto quello che serviva, step-child adoption inclusa, poi arrivò il diktat di Grillo – incaricato di annunciare il suicidio provocato della Legge il buon Airola – e si dovette correre ai ripari e cercare i voti per approvarla. Si trovarono quelli di Alfano che pretese, e ottenne, di eliminare la ste-child adoption dalla Legge in cambio dei suoi voti che consentirono l’approvazione. Si fece così. Ce lo ricordiamo bene, eravamo lì. Anche se qualcuno oggi dirà che non è vero. Ma c’eravamo, insieme a molti altri, a vedere come quelli che più si professano progressisti e spalancatori di scatolette di tonno, fossero – in fondo – come tutti gli altri.
Ieri, 11 maggio, si è ricordato il decennale di una Legge monca, ma che era l’unica possibile. Poi sappiamo come è andata dopo e la Legge è ancora lì, non è stata migliorata e ce ne sarebbe un gran bisogno; non è stata abrogata nonostante c’è chi vorrebbe farlo. Sono intervenuti i giudici dell’Alta Corte a obbligare a qualche miglioramento, ma chi ha scelto di unirsi civilmente lo ha fatto (e lo fa) con coscienza, non va in televisione a celebrarsi in trasmissioni di dubbio gusto, e le coppie unite civilmente pare durino più delle altre. E mica si dice per rendere le Unioni Civili migliori: sono solo un atto di libertà che si rispetta di più perché conquistato dopo anni di lotte e discriminazioni e insulti. E chi è stato discriminato poi i passi avanti della società, li ricorda. Sono quelli che hanno trovato tutto pronto che non hanno l’umiltà di riconoscere gli sforzi altrui e riciclano linguaggi obsoleti mischiandoli alla loro incapacità di articolare proposte politiche sensate. Ma questa è un’altra storia.
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