Il tribunale di Roma ha assolto lo scrittore Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti del vicepremier Matteo Salvini, per alcune dichiarazioni risalenti al 2018, quando il leader della Lega era ministro dell’Interno, e si era visto apostrofare da Saviano con l’espressione “ministro della malavita”, che Saviano aveva utilizzato in alcuni post pubblicati sui social.
Il giudice monocratico ha ritenuto non sussistente il reato, accogliendo la linea difensiva dello scrittore, che aveva ricondotto quelle parole a una critica di natura politica e culturale.
Saviano, scrive Repubblica, aveva citato nella sua difesa il fatto che la definizione da lui utilizzata si “inseriva in una tradizione di denuncia morale del potere, richiamando anche il pensiero dello storico e intellettuale Gaetano Salvemini” e ha commentato a caldo, subito dopo la sentenza, l’intera vicenda sostenendo di essere stato “perseguitato” da Salvini anche attraverso le note prese di posizione sulla sua scorta. Il vicepremier ha criticato la decisione del tribunale parlando, e come poteva essere altrimenti, di “giudici ideologicamente schierati” e ha annunciato l’intenzione di procedere nuovamente per vie legali contro Saviamo: “Lo querelerò di nuovo” (ma esiste un pilastro del diritti noto come principio del “Ne bis in idem” (art. 649 c.p.p.) che stabilisce che un imputato non può essere giudicato due volte per lo stesso fatto. Una volta che una sentenza di assoluzione diventa definitiva (passata in giudicato), una nuova azione penale per quel fatto specifico è preclusa per sempre. Poi c’è anche il rischio di querela temeraria, ma se ne parla un’altra volta).
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