Si è chiuso il festival della canzonetta italiana con il trionfo delle canzoncine un po’ stupidotte (ma c’è del significato sotto, siamo noi che non lo capiamo), destinate al pubblico che le compra. E’ sempre questione di mercato, tu adatti il tuo canzonettare a chi ti compra e ti ascolta. Ha vinto la canzoncina più canzoncina di tutte – vittoria annunciata, canzoncina orecchiabile che stava in sottofondo a tante trasmissioni televisive andate in onda prima e dopo il festival di RSAnremo, dentro una geronto-manifestazione condotta e organizzata col pugno di ferro dal geronto-presentatore per eccellenza.
E’ una potenza il Festival. Soprattutto perché permette alla RAI di coprire, nascondendole proprio, le notizie che servo riservandole ai notiziari creati per dire pochissimo di quello che succede: che la televisione di Stato parli di Sanremo per ore nella domenica mattina successiva all’ennesima mattanza voluta da Trump e Netanyahu è molto più che vergognoso.
Così la notizia televisiva del giorno non è l’ennesima guerra scatenata per i denari di pochi, ammazzando i soliti moltissimi innocenti, ma è il passaggio di testimone alla direzione artistica [sic] del Festival di RSAnremo da Carlo Conti a Stefano De Martino: di male in peggio, a voler essere proprio bastardi dentro, ma la cosa non ci riguarda granché dato che non lo seguiremo nemmeno nel 2027.
Il verbo di Mauro Corona: “C’è qualche giovinastro col cappello alpino (…) una cosa un po’ montata”. #Cartabianca colpisce ancora
Leggi l'articolo →Scorrendo le immagini ci sono diversi classici: i soliti esperti televisivi che non sanno quello che dicono ma si esprimono con paroloni che fanno scena; il solito evento per il quale i conduttori si sono commossi (da mal di pancia); la cantante che perde la madre e si commuove dedicandole una canzone, e tutti a dichiarare la loro commozione; il figlio della star che si cambia il cognome per non dipendere dal celebre padre e poi ci canta insieme sul palco; la dedica del cantante eccessivo a giovanissimi morti in una strage vergognosa ordita dalla superficialità e avidità , e grida al capolavoro; la romagnola diventata una star che rimane una romagnola permalosetta che fa la simpatica; il solito Andrea Bocelli che stona ad ogni strofa, ma fa l’acuto finale e via con gli osanna, e un popolo al quale di Sanremo non frega una beata minchia costretto a sorbirsi una settimana di nulla cosmico in diretta dalla città dei fiori.
Ci si chiede come mai gli strombazzati share non diano anche i dati dei televisori spenti.
E infine un esercito di inviati che pongono domande inutili, ricevendo risposte inutili e vuote come il prodotto che vendono, glorificazione del conduttore, aggettivi che si sprecano – non ce ne sono a sufficienza nella nostra lingua quindi se ne utilizzano tre: straordinario, emozionante e straordinario e via andare. Brivido del festival? Occhi di gatto. Rock’n’roll.
Ecco in poche parole cosa pensiamo di questo contenitore del nulla centrifugato con paillettes e parole vuote, ennesimo insulto all’intelligenza di un popolo che ha abdicato persino alla decenza della rappresentazione di sé. E i giovani definiti artisti? Solo il successo vogliono. E qualcuno finge di darglielo Finché servono. Qualcuno li avvisi.
Finito il countdown, e a pescatori finalmente liberi, come apriranno i loro programmi certi speaker?
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(1 marzo 2026)
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