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Quella che dice agli altri che occorre misurare i toni

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di Giovanna Di Rosa

C’era una volta una leader di partito d’opposizione che diventava paonazza accusando l’allora presidente del Consiglio Conte di ogni possibile nefandezza politica, gridando in parlamento come un’ossessa al punto che le di lei fotografie, violacea in volto e giugulare sul punto di scoppiare, facevano il giro del web (fatelo anche voi).

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A furia di grida e di accuse ai nemici, uno o due al giorno secondo convenienza, a volte tre, additati come nemici della patria, nuovi barbari della politica, di cialtroneria, incompetenza, scappatismo di casa, di essere nemici della patria, di avere affamato l’Italia con un reddito di cittadinanza che faceva stare la gente sul divano a non fare nulla mentre lei lavorava per l’Italia, perché lavorano per l’Italia solo a destra gli altri non fanno niente, la leader si avvicinava all’augusta poltrona.

Poi vennero le grida in spagnolo alla convention dell’orribile destra di Vox (straordinario il Castigliano con l’accento della Garbatella, non s’era mai sentito) in cui lei gridava a 200 decibel di essere donna, madre, cristiana e addirittura di essere Giorgia, in un proliferare di ego chiama ego, nuova Giovanna d’Arco de noantri con spruzzate di Evita Perón, tutte e tre alla guerra contro l’inesistente teoria gender.

Poi venne la presidente del Consiglio eletta con quello che loro gridano essere un plebiscito (la maggioranza relativa del 66 e poco più per cento di aventi diritto che è andato a votare, cioè nemmeno un terzo dell’elettorato) con la modesta presidente eletta, legittimamente, che ricorda di essere una underdog che viene dalla periferia – ci sia consentito dire che si notava e si nota nonostante i troppo frequenti cambi d’abito, di ottimo taglio – e che ha vinto. Diventa improvvisamente istituzionale, a meno che non ci siano attorno giornalisti che le fanno domande che non sopporta: è lì che le esplode il fumantino embolo e diventa aggressiva. Perché tenere i toni bassi è tutto, come pretenderà di insegnare alle opposizioni mesi e mesi dopo in tempi di competizione elettorale regionale (con cinque regioni al voto in poche settimane) e lei ha bisogno di propaganda a 200 decibel per farsi sentire (dato che i miracoli promessi non ci sono stati).

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Straordinarie sono le espressioni facciali, livorose a volte, incontrollabili e incontrollate, quasi a testimoniare (ma si sbagliano anche loro, le espressioni, in quanto preda esse stesse del furore ideologico delle sinistre) la rabbia di vivere di una donna posseduta da una passione politica e per il potere che solo le destre italiane sanno partorire.

Si guarda bene, la presidente del Consiglio eletta con quello che loro gridano essere un plebiscito, dal chiedere ai suoi ministri e lacchè di abbassare i toni a loro volta, così come si guarda bene dal molestare eccessivamente gli improbabili alleati della quale si è circondata per dominarli meglio, nonostante quello che dicono.

Lei, anche nei decibel e nella capacità di convincere gli altri dell’inesistente, è la perfetta rappresentante della destra di potere familista (vedasi sorella in posizione di totale dominio del partito) per la quale bisogna gridare abbastanza forte da coprire le giuste rimostranze dell’opposizione non sulla base di programmi, ma sulla base di accuse.

Lo fa per i suoi elettori e per vincere le regionali, non certo per l’Italia, così come ha fatto nel 2022 quando ha promesso di tutto e non ha realizzato niente se non mantenere  conti stabili (ma le guerre interne affrontate da Giorgetti le conosce solo Giorgetti). E prima o poi qualcuno se ne accorgerà pure.

 

 

 

(15 settembre 2025)

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