di Bo Summer’s
Se n’è andato a 81 anni Sebastião Salgado, l’ultimo grande testimone dell’umano. Con la sua Leica ha attraversato guerre, carestie, miniere, ghiacciai e foreste amazzoniche; ma più di tutto ha attraversato l’anima del mondo. Ogni suo scatto era un grido silenzioso, una preghiera laica, un abbraccio dato col diaframma spalancato sulla sofferenza e sulla bellezza più pura.
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Era un geografo della carne, un geologo dello sguardo. Fotografava uomini e donne ridotti a larve dal lavoro coatto e dal colonialismo, ma li restituiva alla dignità della luce. Non ha mai cercato il sensazionalismo: cercava l’essenziale, e lì trovava il sacro. Il suo obiettivo tremava come tremano le mani di chi ama troppo.
Non voleva pietà, voleva memoria. Non cercava la spettacolarità, ma la giustizia. E anche quando immortalava i ghiacciai dell’Antartide o gli stormi impazziti sopra l’Amazzonia, sembrava sempre parlare di noi, piccoli e devastanti abitanti di un mondo che non meritiamo.
Era brasiliano, sì, ma apparteneva al mondo. E il mondo oggi è un po’ più cieco.
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Addio, Salgado. Continueremo a guardare le tue fotografie come si guarda un vecchio amico che sa troppo e non dice mai tutto. Le tue immagini ci sopravvivranno, perché sono fatte della stessa materia dei sogni. Ma sogni che non possiamo più permetterci di ignorare.
(23 maggio 2025)
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