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HomeNotizieUn Centro, aprioristicamente di parte, centro non è

Un Centro, aprioristicamente di parte, centro non è

di Claudio Desirò

Si avvicinano rapidamente i grandi appuntamenti elettorali primaverili, con elezioni Europee e Regionali che la fanno da padrona nelle discussioni interne alle segreterie, nazionali e locali, dei vari partiti. Tra la rincorsa ad un cosiddetto “campo largo” (qualsiasi cosa voglia dire) da un lato e l’eventuale riconferma dei Governatori uscenti come candidati di coalizione dall’altra, le strategie da mettere in campo da qui al prossimo 10 Giugno occupano i pensieri sia dei vari capi e capetti di partito, che di coloro che vorrebbero spuntare un nuovo posto al sole o uno strapuntino personale sfruttando l’occasione elettorale.

Da questa situazione “effervescente” non poteva certo esimersi nemmeno la galassia centrista che, fallito miseramente il progetto terzopolista, si affanna a ricercare eventuali terze vie per non finire ad essere, oltre che silente e poco rappresentativo, anche privo di opportunità elettive, eventualmente anche solo come riempi-lista in soccorso di partiti in carenza di candidature interne.

Ancora una volta, però, i progetti che si definiscono “terzi”, o “centri” a seconda delle occasioni, nascono con la solita pregiudiziale e con il tipico strabismo ideologico che li porta a guardare solo verso sinistra, quasi a non voler essere realmente terzi, se non terze gambe di una sinistra in crisi di contenuti e di consensi.

Definirsi terzi e contemporaneamente contraddistinti da una pregiudiziale ideologica verso un’unica parte, il centrodestra, risulta essere contrastante e porta con sé alcune domande.

Come può, ad esempio, chi si definisce progressista, liberale o popolare avere una pregiudiziale legittima nei confronti del centrodestra, ma non averla nei confronti della sinistra più massimalista e populista della storia recente del nostro Paese?

Come può, sempre chi si definisce, a seconda delle occasioni, liberale, progressista o popolare, ritenere di avere qualche punto in comune con un PD che propone misure tipiche della sinistra radicale anni ’80 e che in politica internazionale si è astenuto nella votazione sugli aiuti all’Ucraina e si è dichiarato contrario ad eventuali aiuti ad Israele, a causato di essere reo, a dire della Segretaria Dem, di commettere crimini di guerra?

Come può, sempre colui che si definisce progressista, liberale o popolare ritenere applicabile un’alleanza con una sinistra in cui antisemitismo ed antiatlantismo sono oggi i valori predominanti?

La sinistra, oggi oltremodo statalista ed illiberale, oltre che inconcludente, come può essere ritenuta un soggetto affidabile ed aperto, con cui fare sintesi di programmi e contenuti?

Se da un lato si vedono barriere insormontabili, come si riescono a non vedere gli enormi ostacoli valoriali, contenutistici ed ideologici, anche dall’altra?

Ed ancora una volta i progetti terzi, che terzi non sono, non solo si scontrano con le regole elettorali, ma soprattutto con la cecità ideologica che porta con se un’ultima domanda: perché uscire dal PD se ci si vuole sempre e solo alleare col PD?

Ai posteri l’ardua sentenza, col presentimento che ancora una volta gli accrocchi elettorali terzi naufragheranno sacrificati sull’altare degli interessi e dell’ideologia di pochi, a discapito di un’area che avrebbe bisogno di una rappresentatività concreta e nonostante un bacino elettorale potenzialmente cospicuo, cui non si guarda se non con slogan terzi, che terzi non sono.

 

(2 febbraio 2024)

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